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L'editoriale

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di

don Marcin Gazzetta

Nascondere la morte
Pubblicato su “la Vita Cattolica” nr. 43/2023

La tradizionale festa di tutti i Santi, a cui segue la Commemorazione dei fedeli defunti, è ogni anno una provvidenziale occasione per fermarci e pensare. Pensare a cosa? Alla tristezza di rapporti umani che non ci sono più? All’inesorabile fine a cui tutti siamo destinati? Ad uno sguardo superficiale può sembrare. Ma la Chiesa, nella sua ciclicità liturgica, abbracciando la vita (e la morte) non vuole sbatterci in faccia la verità, quasi per metterci con le spalle al muro. Anzi. Ci ricorda che tutti, credenti e non credenti, siamo in cammino, abbiamo una direzione. Di più, abbiamo una meta.

Santi e defunti, ricordano all’uomo di ogni tempo e di ogni cultura che la vita non è una casuale apparizione nell’evolversi del tempo e dello spazio. Potrebbe essere sopportabile una vita senza questa prospettiva? Avrebbero senso il bene, il sacrificio, il dono quando non c’è un fine? Forse la grande domanda che ci viene consegnata trova il proprio fulcro qui: morire è reale, vivere è una responsabilità. La morte, appunto, è il grande tema che mette tutti in imbarazzo. Cosa significa che una vita, unica e irripetibile, che ha saputo intrecciare relazioni, generare altra vita, ad un certo punto finisce? Possiamo pensare che l’immensità di ogni persona termini dentro una cassa di legno o dentro un’urna? Provocazioni, ma anche punti interrogativi seri.

Si dice che la morte sia il caso serio della vita. Ma oggi da che parte stiamo? Molti di noi ricordano con affetto le visite ai cimiteri, carichi di nostalgia e dolcezza per il clima. Ma erano tempi passati, in alcuni casi. Oggi vediamo sotto i nostri occhi, quasi impotenti, una duplice risposta: la morte è esaltata sui media o la morte è occultata dalle nostre vite. Morire mette in difficoltà chi resta. Piangere è comprensibile, ma nei tempi opportuni. Vivere il lutto deve essere fatto in tempi brevi. La vita (di chi resta) va avanti. Di fatto trattare la morte ha a che fare con la qualità della nostra società e con quello che diciamo a chi verrà dopo di noi. Mi colpisce spesso vedere che i bambini e i giovani sono di solito estromessi dal processo (rituale e religioso) del saluto di un caro defunto. L’imbarazzo dei grandi diventa mutismo verso i piccoli: “Capirai più avanti”, ma come capire se non viene percepito (e detto) che il morire fa parte del vivere? Che morire non è solo questione di cure non andate a buon fine, ma è il culmine di una vita?

La Chiesa non ha mai provato disagio ad affrontare e “gestire” temi delicati come la morte. Non sempre ce ne accorgiamo, ma la preghiera (in particolare quella liturgica), da sempre, ha tenuto vivo il tema della morte e il ricordo di chi è morto, sempre come una delicata mano che ci accompagna nel pellegrinaggio della vita. Perché questo coraggio e questa franchezza? Perché ci sono riti, libri, testi che ci mettono sulla bocca parole e ci fanno compiere gesti quando arriva il triste momento del commiato? Perché vivere e morire non sono un’assurdità di cui non parlare. Qui sta la differenza cristiana, qui sta il senso stesso dell’esistenza della Chiesa: un annuncio che si lega direttamente all’evento di Cristo, morto e risorto. Abbiamo una vita che finirà nella sua fisicità, ma questo è solo un varcare la soglia. Ci si gioca la fede, che non è senso etico del vivere, ma sguardo concreto sul morire. Qui la sapiente tradizione della Chiesa ci parla dei “Novissimi”: morte, giudizio, inferno e paradiso. Si tratta di categorie ormai non adeguate al sentire di oggi? Alcuni lo pensano, ma senza dubbio queste definizioni dicono con verità e chiarezza una grande realtà: la nostra vita è un cammino serio e bello.

Quando questo cammino è vissuto con fede la meta non potrà che essere meravigliosa. Gesù è venuto proprio per questo: siamo destinati all’eternità.

don Marcin Gazzetta
direttore dell’Ufficio catechistico diocesano

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