Sono stati numerosi gli interventi sul tema della promozione e della difesa della vita pronunciati da papa Leone durante la sua visita in terra francese, molto ben riassunti nella bella sintesi di Francesco Ognibene su Avvenire. Essi sono stati certamente rivolti a tutti gli uomini di buona volontà e con gli occhi non coperti dalla polvere dell’ideologia: al popolo di Dio e ai non credenti, al mondo della politica e ai malati. A tutti il Papa ha ricordato il valore inestimabile della dignità di ogni essere umano, anche in condizioni senza via d’uscita.
Vi è però uno dei suoi interventi che interpella in modo particolare i medici e gli operatori sanitari e che invita a riconsiderare l’ethos della professione di cura, il significato della deontologia e il suo rapporto con l’ordinamento legislativo. Si tratta di parole significative e capaci di interrogare le nostre società, tanto più lì dove è acceso il dibattito sul ruolo del medico e del servizio sanitario nazionale nel suicidio assistito, come in Italia, o dove, come in Francia, l’aborto è stato di recente inserito tra i diritti costituzionali e dove, quasi alla vigilia del viaggio papale, anche la morte medicalmente assistita è stata elevata a diritto. Significativo è anche che le parole del Papa siano state pronunciate nel corso dell’incontro con gli operatori e gli assistiti dell’Accueil Notre-Dame, che tradizionalmente ospita pazienti considerati umanamente «senza speranza».
Nessuno contesta, io credo, che la professione medica e le altre professioni sanitarie siano vocate alla cura, anche quando non esistano speranze di guarigione e neppure possibilità di miglioramento, come per i pazienti dell’Accueil Notre-Dame. Il giuramento di Ippocrate, già prima di Cristo, e i codici deontologici hanno sempre riaffermato questa vocazione alla cura, nell’interesse del paziente e a tutela della professione. I codici hanno declinato, nel linguaggio del tempo, un giuramento che dura da quasi 2.500 anni, illustrandone le ricadute nell’agire quotidiano del medico.
Le leggi, invece, hanno altre preoccupazioni, sia quando imposte da regimi autoritari, sia quando approvate in modo democratico. Non sempre le leggi hanno avuto come orizzonte la cura. Basti pensare alla segregazione razziale, alla pena di morte, alle sterilizzazioni forzate, all’uso della tortura. I codici deontologici non sono cambiati per adeguarsi a queste pratiche, nonostante alcuni medici abbiano certamente partecipato alla loro esecuzione. In altre parole, i doveri di coscienza del medico non sono cambiati perché qualche medico non ha esitato a tradirli.
Allo stesso modo, medici e ostetriche hanno certamente disobbedito a Ippocrate nel corso dei secoli, prestandosi a praticare aborti; ma l’aborto restava come una macchia sulla loro coscienza e nell’opinione dei colleghi. Ancora durante la dittatura fascista, il codice Rocco riconosceva al medico la possibilità di prestare le sue cure alla persona ricercata dalle autorità, senza obbligo di denunciarla. È con la campagna di eutanasia della Germania nazista che la legge pretende di prevalere sull’etica medica.
Nel corso del Novecento, diversi Paesi hanno promulgato leggi sull’aborto e i codici deontologici si sono adeguati, mentre in diversi contesti lo stesso giuramento ippocratico è stato «addolcito», con la scusa di adattarne il linguaggio ai nostri tempi.
Con la morte medicalmente assistita si sta ora consumando l’ultima perversione della deontologia medica, con il medico che, rinunciando alla cura, collabora a dare la morte. Avviene già in Olanda, in Belgio, in Canada, in Spagna e in diversi Stati USA; altre legislazioni si stanno adeguando. Ci si fa carico anche della formazione del medico che interviene nella morte assistita, con pari dignità rispetto a chi invece non rinuncia a essere «curante». Mentre si inquina alla fonte l’etica dell’agire medico, giustificando la morte del paziente con il rispetto della sua «dignità», si riconosce al più il diritto all’obiezione di coscienza,
Poi arriva un papa americano a ricordarci che «la persona umana è “degna” per il semplice fatto di esistere e di avere come fine l’eternità» e che «la sua dignità non si misura e non si discute», anche quando «l’orizzonte può apparire cupo, incerto, senza via d’uscita». Assicura ai sofferenti che «nessuna legge umana deve farvi perdere la certezza della vostra dignità». È «proprio in nome di questa dignità inalienabile della persona umana» che invita a respingere «la tentazione di togliere la vita», smascherando «il pretesto di una falsa compassione» che «deve essere fermamente respinta». A un mondo che sta smarrendo il significato delle parole e nel quale le coscienze sono anestetizzate, il Papa ha l’ardire di ricordare che non si può «considerare normale togliere la vita», con parole rivoluzionarie nella loro semplicità. Rivendicando il primato della coscienza e del valore dell’uomo sopra ogni legge, arriva a sovvertire l’ordine costituito, denunciando che «ciò che è legale non è necessariamente morale».
E ancora: «Qui a Lourdes, città dei malati e della speranza, invito tutta la comunità degli operatori sanitari a ricordare il significato profondo della propria vocazione: prendersi cura di una persona che soffre, e non eliminarla», «accompagnare con tenerezza i malati».
Ne va della dignità stessa della nostra professione, che non potrà mai accettare di «farsi serva della morte programmata» e non potrà mai permettere a nessuno, sulla base di algoritmi, di «decidere della vita di un determinato embrione o di una determinata persona anziana». Grazie, Leone, a nome di tutti i medici che non hanno smarrito il senso del loro agire.
Leone, difesa della vita














