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Valentina Giacometti, antropologa udinese: «Studio le ossa per dare voce alle persone e alla loro storia»

Da piccola avrebbe voluto fare la veterinaria, ma pure la circense e poi il medico. «Ero sicuramente molto curiosa e mi interessava capire come funzionano le cose e soprattutto conoscere cosa c’è dietro». Interessi che hanno accompagnato nel tempo la sua formazione. E crescendo, da quella voglia di non accontentarsi e andare sempre al fondo delle questioni, non si è mai discostata. Valentina Giacometti, 35enne udinese, dopo gli studi al Liceo classico europeo Uccellis, si è orientata all’archeologia e all’antropologia fisica all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Poi c’è stato il diploma in Beni archeologici alla SISBA, la Scuola interateneo di Specializzazione in Beni Archeologici. Una parentesi come libera professionista l’ha portata a partecipare a diverse attività di scavo e studio di resti umani in tutta Italia.

Quindi, Giacometti ha intrapreso un percorso di ricerca grazie al dottorato in Fisica applicata all’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” di Caserta. «Oggi mi occupo di bioarcheologia, integrando archeologia, antropologia e tecniche scientifiche, in particolare le analisi degli isotopi stabili, per ricostruire la vita e le abitudini delle popolazioni», illustra. Una parte importante della sua ricerca riguarda l’area vesuviana. Grazie ad un progetto multidisciplinare, insieme ad un team di ricercatori, in collaborazione con il Laboratorio di ricerche applicate del Parco Archeologico di Pompei, ha studiato i resti delle vittime dell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. rinvenute a Oplontis – in particolare nell’Ambiente 10 della cosiddetta “Villa B” – ricostruendone aspetti dell’alimentazione. I risultati dello studio, pubblicati sulla rivista internazionale “Journal of Archaeological Science: reports”, sono stati ripresi dalle pagine di National Geographic, creando grande interesse, anche della gente comune, attorno al progetto.

Interesse, ma pure grande soddisfazione per voi ricercatori.
«Certo, e allo stesso tempo inaspettata. Questa rivista ha una capacità straordinaria di portare la ricerca scientifica a un pubblico molto ampio e vedere il lavoro quotidiano del nostro gruppo raccontato in questo modo è stato emozionante».

Di cosa si tratta?
«Lo studio bioarcheologico delle vittime dell’eruzione rinvenute a Oplontis ha l’obiettivo di ricostruire il più possibile le storie individuali, le “osteobiografie” di queste persone: chi erano, come vivevano e quali caratteristiche avevano. Per farlo mettiamo insieme l’analisi antropologica dello scheletro che permette, per esempio, di stimare età e sesso, osservare eventuali patologie o traumi e raccogliere informazioni sulle condizioni di vita. A ciò si aggiungono le analisi isotopiche, che ci permettono di indagare aspetti dell’alimentazione. Sono informazioni che non si possono “leggere” a occhio nudo, ma che emergono attraverso analisi di laboratorio».

Che cosa hanno evidenziato?
«Le analisi, oltre a dimostrare che il numero delle vittime dell’eruzione era superiore rispetto a quello emerso in precedenza, hanno raccontato che alla base dell’alimentazione c’erano soprattutto cereali, come grano e orzo, legumi e altri prodotti agricoli locali. Si consumavano anche proteine terrestri e, in maniera secondaria, quelle marine».

Come si caratterizza una simile ricerca partendo dalle ossa?
«La prima cosa è cercare di osservare senza preconcetti o pregiudizi. Si parte dall’osso, dal contesto in cui è stato rinvenuto e dalle informazioni che abbiamo a disposizione, e si procede raccogliendo progressivamente gli elementi che possono contribuire a ricostruire la sua osteobiografia. Uno scheletro può raccontare moltissimo: dall’età alle attività svolte nel corso della vita, dalle malattie ai traumi e alle condizioni di stress. Attraverso le analisi isotopiche possiamo poi aggiungere informazioni sull’alimentazione e sulla mobilità».

Dottoressa, quando ha davanti un osso, qual è l’emozione di “leggerci” dentro?
«La parte che trovo più affascinante è proprio il fatto che nessuno dei dati raccolti, preso singolarmente, racconta tutta la storia. È mettendoli insieme che emerge un’immagine più completa della persona».

La copertina di National Geographic con l’articolo che riporta gli studi di Giacometti e di un team di ricecatori sui resti delle vittime dell’eruzione del Vesuvio

C’è poi l’aspetto etico…
«È molto forte. Quando si lavora su resti umani antichi bisogna sempre ricordare che non si sta studiando un reperto, ma ciò che rimane di una persona che è realmente vissuta. Restituire loro la voce è forse uno degli aspetti più significativi del mio lavoro».

Compito non da poco…
«Lo considero soprattutto una responsabilità. Mi piace pensare che il nostro lavoro possa contribuire a trasformare un insieme di resti in individui con una storia, senza perdere il rispetto che questo tipo di ricerca richiede».

Durante gli studi ha potuto operare ad Aquileia e al Museo archeologico nazionale di Cividale. Quanto sono state importanti queste esperienze nel suo percorso?
«Hanno avuto un peso importante, soprattutto perché sono state esperienze molto concrete durante la mia formazione. Gli scavi ad Aquileia mi hanno permesso di confrontarmi direttamente con il lavoro archeologico sul campo e con la complessità di un sito di grande importanza. L’esperienza al Museo di Cividale del Friuli, durante la specializzazione, mi ha fatto comprendere ancora meglio quanto i reperti possano essere strumenti preziosi per avvicinare il pubblico alla nostra storia. Queste due esperienze sono state fondamentali perché il mio modo di fare ricerca nasce anche da lì: dall’idea che per comprendere davvero il passato sia necessario mettere insieme prospettive diverse».

Che cosa delle caratteristiche che di solito sono riconosciute ai friulani si è portata dietro?
«Probabilmente la caparbietà e la testardaggine… Credo che essere abituati a non mollare facilmente sia una caratteristica che mi è stata utile».

Valentina Giacometti ha studiato archeologia e antropologia fisica all’Università Ca’ Foscari di Venezia

Cosa le manca del Friuli quando è via?
«Soprattutto le persone, ma anche le cose più semplici: il paesaggio, il modo di vivere, le montagne così vicine che cerco di raggiungere appena posso da appassionata montanara, i luoghi in cui sono cresciuta, quella sensazione di familiarità che si ha quando si conosce ogni angolo di un posto».

Cosa vede nel suo futuro?
«Spero innanzitutto di continuare a fare ricerca e anche lavorare sulla divulgazione scientifica. Penso che la ricerca abbia un valore ancora maggiore quando riesce a essere condivisa e compresa anche al di fuori dell’ambiente accademico. Non so esattamente dove mi porterà il percorso… So però che vorrei continuare a fare domande e trovare nuovi strumenti per trovare le risposte».

A chi dire grazie per il suo percorso?
«Ai miei genitori e a mio nonno: mi hanno sempre lasciata libera di seguire le mie inclinazioni e incoraggiata, anche quando la strada non era la più semplice o prevedibile. Devo molto anche a tutte le persone che ho incontrato durante il mio percorso di formazione e di ricerca. Tra loro la dottoressa Valeria Amoretti, funzionario antropologo e responsabile del Laboratorio di ricerche applicate del Parco Archeologico di Pompei, che ha creduto sempre in me, anche quando io faticavo a farlo. E poi un ringraziamento speciale al team di ricerca di cui faccio parte, guidato dal professor Carmine Lubritto, che sono diventati per me una sorta di famiglia allargata».

Monika Pascolo

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