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Disagio giovanile. 15 atti di violenza grave in un anno nelle scuole in Fvg. Relazioni da ricostruire

«Le parole utilizzate dalla professoressa Mocchi nella sua lettera richiamano la grammatica cristiana». Così Luca Gervasutti, dirigente scolastico del Liceo Percoto di Udine e presidente regionale dell’Associazione nazionale presidi, valuta la lettera (che la Vita Cattolica pubblica nel numero in uscita mercoledì 1 aprile assieme ad un ampio servizio sul tema) scritta dall’ospedale da Chiara Mocchi. Insegnante di francese dell’istituto “Leonardo Da Vinci” di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, Mocchi lo scorso 25 marzo è stata accoltellata nei corridoi della scuola da un suo studente tredicenne di terza media. Alla base del gesto ci sarebbe stato un risentimento da parte del ragazzo nei confronti della docente, “colpevole” ai suoi occhi di aver preso le difese di un altro ragazzo durante una lite, oppure un brutto voto.
«La lettera – prosegue Gervasutti – colpisce profondamente e induce ad una riflessione non solo chi opera nel mondo della scuola, ma tutti coloro che hanno a che fare con il mondo giovanile, attraversato, soprattutto negli ultimi anni, da una forte inquietudine e fragilità».
Anche in Friuli si verificano episodi di violenza?
«Il Ministero dell’Istruzione quest’anno ha avviato un monitoraggio dal quale è emerso che in Friuli-Venezia Giulia si sono verificati 15 episodi di violenza: 13 nel 2026, 2 nell’anno precedente. Il dato è in linea con quello delle altre regioni. Si tratta di violenza grave perpetrata da ragazzi a danno di adulti – docenti o collaboratori scolastici – oppure di compagni. L’aspetto più preoccupante è che i protagonisti di questi episodi sono in maggioranza studenti di scuola media, ovvero ragazzi tra gli 11 e i 14 anni. Ciò deve far riflettere. La scuola è sempre stata considerata immune da certi comportamenti, che si pensava potessero verificarsi solamente in qualche istituto degli Stati Uniti, dove l’utilizzo delle arme è più legittimato. Invece ora sta cominciando ad accadere anche da noi».
La lettera della professoressa Mocchi cosa ci suggerisce?
«Le sue parole esprimono uno sguardo che non giustifica, ma prova a comprendere. Comprendere non significa assolvere, ma assumersi il compito di capire perché si verificano certi comportamenti. Dietro ad atti così assurdi e riprovevoli ci sono spesso delle solitudini, fragilità, anche difficoltà degli adulti nel costruire delle relazioni significative. Il linguaggio della professoressa lascia trasparire una grammatica cristiana perché va oltre il dolore o il desiderio di vendetta, ma invita a ricostruire legami. Credo sia questa la vera via d’uscita rispetto alla fragilità che molti ragazzi stanno dimostrando. Vivono una profonda solitudine e chi vive accanto ad essi, la famiglia, ma anche la scuola, ha il compito di accompagnarli a costruire relazioni».
Di fronte a simili episodi si parla spesso di inasprire pene e controlli.
«Certamente è opportuno intensificare i controlli ed eventualmente anche inasprire le sanzioni, ma la cosa più urgente è ristabilire un’alleanza educativa tra ragazzi e adulti».
Quali le cause del malessere dei giovani?
«Un recente questionario commissionato dalla Regione Fvg per capire gli stati d’animo dei nostri studenti, ha evidenziato due aspetti: spesso i ragazzi rimproverano alla famiglia un distacco nei loro confronti che li penalizza e li rende fragili. Dall’altro la scuola viene percepita come un’istituzione che non rappresenta più un ascensore sociale, un investimento per il futuro, ma solo un passaggio obbligato. E gli insegnanti non sono più percepiti come modelli di riferimento. La mancanza di certezze e obiettivi induce molti ragazzi a convivere con una sorta di disperazione, assenza di sogni, e spinge i più fragili a compiere atti di violenza per poter ricevere attenzioni».
Di fronte a tale situazione che fare?
«Per quanto riguarda la scuola, non può continuare ad essere un mondo a sé stante, ma deve aprirsi. Non basta più presidiare e tramandare il nostro passato remoto, ma dobbiamo avere il coraggio di portare l’attualità dentro il mondo della scuola, per far capire che lo studio non è fine a se stesso, ma serve a conoscersi meglio e ad imparare a vivere in maniera più proficua il proprio presente e soprattutto il proprio futuro».

Stefano Damiani

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