Ne è affetta una donna su dieci e il tempo medio per arrivare a una diagnosi è di sette anni. Si tratta dell’endometriosi, una malattia che viene ancora troppo spesso sottovalutata. «L’endometriosi è una malattia infiammatoria cronica di tipo benigno, che consiste nella presenza di focolai di tessuto endometriale, cioè quello che normalmente riveste la cavità dell’utero e si sfalda durante le mestruazioni, che va a localizzarsi al di fuori della sua sede normale, nell’ambito del muscolo uterino oppure nella cavità pelvica, interessando sia organi genitali che extra genitali» spiega Anna Biasioli, ginecologa e referente per il Centro endometriosi e dolore pelvico e cronico dell’Azienda sanitaria universitaria Friuli centrale (AsuFc). L’occasione per fare il punto su questa patologia è stata la Giornata mondiale dell’endometriosi, istituita nel 2014, che cade il 28 marzo di ogni anno. Quest’anno l’Università di Udine ha organizzato l’incontro “Endoday 2026 e sport”, puntando l’attenzione sulle giovani atlete. «Partiamo dalle ragazze per spiegare che il dolore non è normale, che se lo provano, soprattutto durante il ciclo mestruale, se condiziona le attività della vita quotidiana (lavoro, studio, sport), è bene che si rivolgano ai familiari e agli specialisti», evidenzia Biasioli.

«L’endometriosi è una malattia “enigmatica”, sa nascondersi bene, il primo sintomo è il dolore, dovuto alla forte reazione di tipo infiammatorio, sia in concomitanza del ciclo, sia in forma cronica, ma è un sintomo che può essere fuorviante – spiega la ginecologa –. Inoltre il dolore può essere accompagnato da irregolarità del ciclo mestruale, gonfiore addominale e difficoltà nel concepimento nel 35% dei casi. Per questo il messaggio che vogliamo che arrivi a tutte le donne è che il dolore mestruale, specie se forte, non va normalizzato, non va sopportato per forza. Anzi, la cosa giusta da fare è rivolgersi allo specialista, che avvierà un percorso diagnostico. Il primo passo è l’anamnesi, cioè la raccolta della storia sanitaria della paziente, poi si prosegue con la visita ginecologica e con un’ecografia pelvica, che è molto importante». Una volta giunti a una diagnosi, si può applicare una terapia.
«Il nostro obiettivo è curare la persona e migliorare la sua qualità di vita – sottolinea Biasioli –. Attualmente con le terapie ormonali siamo in grado di controllare la malattia, però bisogna tener conto della paziente che si ha di fronte, che magari cerca una gravidanza, per cui la terapia non può essere standardizzata. Nei casi più complessi, quando la patologia diventa sistemica, conta molto l’integrazione multidisciplinare tra vari specialisti per diverse misure terapeutiche specifiche».
Valentina Viviani














