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Il ricordo di Emanuele Chiavola. Lo stratega della ricostruzione, concreto e capace di ascolto

Era originario di Gemona, dove era nato nel 1920. Nonostante con la famiglia – la moglie e le tre figlie – vivesse a Udine, era Moruzzo il suo luogo del cuore. Tra le colline, in mezzo alla quiete e al verde – senza telefono e nemmeno televisione, per precisa scelta –, amava fissare il “quartier generale” della famiglia per tutta l’estate, non appena concluso l’anno scolastico delle sue figlie.

«Qui, dopo susseguirsi di settimane e settimane di studio e analisi, è nata la gran parte delle leggi sulla ricostruzione». È la figlia Gabriela a tracciare un ricordo commosso del padre. L’ingegnere Emanuele Chiavola, da dietro le quinte – «Non amava affatto apparire e il suo “credo”, sempre con grande umiltà e modestia, è sempre stato operare al meglio delle possibilità per il bene del prossimo» –, è stato lo “stratega” della ricostruzione del Friuli, incaricato dall’allora presidente della Giunta regionale, Antonio Comelli, di guidare la Segreteria generale straordinaria. «Ricordo che il papà, mentre eravamo a tavola, ci informò della richiesta pervenuta, chiedendo a noi, la sua famiglia, che cosa ne pensassimo. Si trattava di un compito enorme. Gli abbiamo detto “accetta”».
Così, il 7 settembre 1976 venne ufficializzato l’incarico di direttore della Segreteria, mantenuto fino al 31 agosto 1990, a ricostruzione conclusa, quando si ritirò in pensione, per limiti di età (sarebbe morto all’improvviso appena due anni dopo, l’11 agosto 1992).

A quattro mesi dal devastante terremoto del 6 maggio, Chiavola – «praticamente “prelevato” da scuola dall’Amministrazione regionale» – salutò i suoi allievi all’Istituto Malignani di Udine dove insegnava elettronica nella sezione fatta partire da zero qualche tempo prima, insieme al collega Giovanni Panzeri, mettendo a punto programmi e materiale scolastico per consentire la nascita di un’offerta didattica aggiuntiva e all’avanguardia, dove non esistevano ancora nemmeno i libri di testo.

Uomo di grande competenza tecnica – «Praticamente non ha mai smesso di studiare per conto suo» – e capacità politica – «Fin da giovane ha militato nella Democrazia cristiana» –, è stato presidente del Consorzio Aussa Corno per 20 anni (dal 1962 al 1982). «Ha avviato i progetti che hanno portato alla costituzione della zona industriale di San Giorgio di Nogaro, ma non voleva che i meriti ricadessero su di lui. Ha infatti sempre affermato di aver ereditato un compito da chi c’era prima di lui, aggiungendo un suo tassello, non per sé stesso, ma per il bene collettivo».

Per un ventennio ha ricoperto pure il ruolo di assessore ai Lavori pubblici della Provincia di Udine (1965-1985), periodo nel quale si è occupato dell’organizzazione della gestione dell’emergenza in seguito all’alluvione di Latisana.

Nel tempo, dunque, il suo enorme bagaglio di esperienze lo ha portato ad essere individuato come punto di riferimento sul piano tecnico operativo del delicato capitolo “ricostruzione”, operando nella prima fase dell’emergenza al fianco di Giuseppe Zamberletti, commissario straordinario del Governo per il terremoto in terra friulana.

«Mio padre è sempre stato una persona piuttosto attiva e dalle grandi capacità, ma ciò che più lo ha contraddistinto, fino alla fine, è stata la sua rettitudine morale». Che poi è l’eredità prima lasciata da Chiavola.

Riunione della Giunta regionale il 24 settembre 1976; il primo, da sinistra, è l’ingegnere Chiavola

E non è un caso se sulla porta d’ingresso dell’abitazione di Gabriela sia appeso un pro-memoria, indirizzato a chi esce, che recita: «Sono in pace con tutti?». E non lo è nemmeno quel quadro appeso a una delle pareti, dove è riportata una frase che “riassume” l’essenza del padre. «La conclusione – recita – è che non esistono soluzioni semplici per affrontare situazioni difficili. Tanto vale saperlo subito e prepararsi ad un lavoro lungo, difficile, ingrato; ma costituisce l’unico modo per arrivare in fondo».

E quell’operare che fin dall’inizio sapeva non facile, l’ingegnere lo ha affrontato con grande capacità di ascolto delle necessità delle comunità. «Dal suo ufficio non mandava via nessuno: dall’impiegata in difficoltà operativa ai terremotati che avanzavano le proprie personali richieste».

Praticità, precisione e concretezza hanno caratterizzato il suo ruolo di coordinatore della fase di ricostruzione di abitazioni private, edifici pubblici e di culto. Sapendo anche dire dei no («Non gli interessava compiacere, ma restare fedele ai suoi principi») o facendosi promotore di idee diverse, come quella degli appalti accorpati per riuscire a concretizzare risparmi nelle gare.
«Seppur cosciente che il clima esasperato dell’emergenza prima, e dell’avvio della ricostruzione subito dopo, avrebbe potuto sollevare critiche, contestazioni e incomprensioni, soffrì fortemente sul piano personale quando parte del clero udinese lo accusò di ritardi nella realizzazione delle baraccopoli – ricorda la figlia –; da uomo praticante e di profonda fede visse questa vicenda come un’accusa mossagli “in casa propria”».

«Fu una ferita che lo segnò molto», aggiunge con commozione Gabriela. Nonostante da più parti non siano mancati i riconoscimenti, anche postumi, alla grande capacità organizzativa, al sapere vedere lontano, alla rettitudine e onestà che hanno caratterizzato l’intero suo operato: dall’impegno politico all’insegnamento dietro a una cattedra, fino ai 20 anni da segretario generale straordinario quando anche il suo prezioso contributo ha reso il Friuli tutto orgoglioso della ricostruzione.

Monika Pascolo

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