Il Primo Maggio di quest’anno assume un significato particolare: coincide con il cinquantesimo anniversario del terremoto del Friuli del 1976, una delle pagine più drammatiche della storia recente della nostra Regione. Una tragedia che segnò profondamente il territorio, causando la perdita di molte vite umane, la distruzione di interi paesi e il collasso di una parte significativa del tessuto economico e sociale.
Eppure, proprio da quella ferita, il Friuli seppe rialzarsi. Lo fece con orgoglio, dignità e determinazione, dando prova di una straordinaria capacità di reazione. Il celebre motto “prima le fabbriche, poi le case e poi le chiese” rappresentò non solo una scelta pragmatica, ma anche una dichiarazione di identità: il lavoro come fondamento della rinascita, come strumento di riscatto collettivo. Tutti contribuirono, ciascuno per la propria parte, offrendo all’intero Paese un modello ancora oggi riconosciuto e studiato.
Quello spirito non appartiene soltanto al passato. Continua a manifestarsi ogni volta che il territorio si trova ad affrontare nuove difficoltà. E il presente, purtroppo, non è privo di sfide.
Il Primo Maggio, quest’anno, si inserisce infatti in un contesto economico complesso, segnato da incertezze globali e da tensioni internazionali che inevitabilmente si riflettono sul sistema produttivo regionale. Le più recenti analisi delineano un quadro di equilibrio fragile: il PIL del Friuli Venezia Giulia è previsto in crescita di appena lo 0,3%, dopo anni di sostanziale stagnazione. Un rallentamento che rispecchia le difficoltà dell’export, il ridimensionamento di alcuni comparti industriali e l’instabilità dei mercati internazionali.
Eppure, nonostante queste criticità, il sistema economico regionale mantiene elementi di vitalità. Il terziario continua a sostenere la crescita e la tradizione manifatturiera resta un pilastro identitario, profondamente radicato nella storia del territorio. Il Friuli Venezia Giulia si conferma così un laboratorio silenzioso ma significativo del rapporto tra economia, lavoro e dignità della persona: una realtà fatta di piccole e medie imprese, distretti industriali e comunità locali ancora coese.
Accanto ai dati economici, tuttavia, emergono numeri che impongono una riflessione più profonda: quelli relativi agli infortuni sul lavoro. Nel 2025 si sono registrati 15.658 infortuni, di cui 19 mortali. Si tratta di cifre che, pur con lievi oscillazioni nel tempo, evidenziano una preoccupante continuità. Le riforme introdotte a partire dagli anni Ottanta — dalla legge 626 al Testo Unico sulla sicurezza — hanno certamente contribuito a migliorare la qualità e la gestione della prevenzione, ma nell’ultimo decennio il trend appare sostanzialmente invariato. Permangono situazioni di vulnerabilità, soprattutto in settori come l’edilizia e l’industria.
In aumento risultano invece le malattie professionali: 2.310 casi nel 2025, rispetto ai 2.239 del 2024, con una crescita del 3,71%. Un dato che può essere letto anche come segnale positivo di maggiore consapevolezza e informazione da parte dei lavoratori, grazie al lavoro capillare dei patronati e delle organizzazioni sindacali.
Numeri, tuttavia, che non possono essere ridotti a mere statistiche. Essi interrogano il valore della vita umana e il senso stesso del lavoro. La dottrina sociale della Chiesa ricorda da sempre che il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro. Quando il lavoro diventa luogo di rischio o addirittura di morte, significa che si è incrinato qualcosa di profondo nel patto sociale.
Non si tratta di contrapporre economia e sicurezza, ma di riconoscere che una crescita autentica non può prescindere dalla tutela della persona. Il profitto, se separato dalla responsabilità, rappresenta una delle forme più insidiose di disumanizzazione del nostro tempo.
In questo contesto, esperienze come la “Carta di Lorenzo”, promossa con il sostegno della CISL e nata dall’impegno dei genitori di Lorenzo Parelli insieme alle istituzioni e alle parti sociali, dimostrano che anche dal dolore può nascere un impegno concreto per il cambiamento.
Il Friuli Venezia Giulia possiede le risorse morali e civili per affrontare questa sfida. È necessario un rinnovato patto etico tra istituzioni, imprese e lavoratori, che ponga al centro sicurezza, formazione e prevenzione. Un impegno che trova fondamento nei principi della Costituzione: una Repubblica fondata sul lavoro, ma anche impegnata a tutelare la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività.
È su questi valori che deve poggiare l’azione quotidiana, così come l’impegno del sindacato: non solo difendere il lavoro, ma affermarne il significato più alto, quello che mette al centro la persona.
Giorgio Lazzarini
Coordinatore CISL Udine e Bassa Friulana














