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Le parole del cardinale Zuppi: «Il terremoto distrugge, l’amore rimette assieme»

Pubblichiamo l’omelia integrale che il cardinale Matteo Zuppi ha pronunciato domenica 3 maggio nella Santa Messa celebrata a Gemona, nella caserma Goi-Pantanali, in ricordo del terremoto del 1976.

L’omelia

Mandi! Con questa parola ci sentiamo subito a casa, servi gli uni degli altri legati dall’amore. È una celebrazione che mi – e ci – aiuta a comprendere come ogni Eucaristia ha sempre due lati della mensa: quello aperto sul mondo, su questa spettacolare “Cattedrale” (come ha accennato all’inizio l’arcivescovo Riccardo Lamba), e quello aperto sul cielo. Siamo uniti nella comunione con tutti i nostri cari, con quei nomi a cui la nostra vita è legata, che godono pienamente dello stesso amore che ci è donato oggi. Sono con noi. E, per certi versi, noi con loro.

Siamo qui per ricordare quei tanti nomi e quell’immenso dolore. Come dimenticare? E come essere indifferenti ai terremoti di oggi, come la guerra?

È la comunione che ci dona Gesù. Una comunione che ci unisce a chi fu colpito, a chi porta cicatrici nel proprio corpo, a chi – a distanza di anni – sente quanto sia atroce l’assenza.

Pierluigi Cappello descriveva così il terremoto: «La grande casa era sul punto di prendere il volo. E poi la tragedia, l’Orcolat». Alcuni racconti mi hanno colpito e mi hanno aiutato a vivere quel dolore immenso. «La ragazza con la treccina bionda» ci racconta una lucidità disarmante: è rimasta sotto le macerie della sua casa per ore, al buio, sentendo il pianto del fratellino. Quando sono arrivati i soccorritori, il fratellino non piangeva più: non c’era più. Che fossero morti anche i genitori, l’aveva capito da sola: «Mi dicevano che erano in un altro ospedale, ma non ci credevo».

Mons. Battisti ricordava quella mamma di Mels che alle 2 di notte piangeva il figlio, appena sposato, che invitò a restare a casa sua per cena. O quel papà di Gemona che, presso il santuario di Sant’Antonio, ricordava di aver portato i bambini a rosario e aver fatto due passi con la moglie, come due sposi novelli. Poi la moglie ha portato a casa i bambini… e sono stati sepolti dalle macerie. Lui è rimasto solo.

Ognuno di voi porta tanto di questo dolore.

Il Vangelo di oggi pare stridere con questo dolore senza misura. «Non sia turbato il vostro cuore… abbiate fede». Chi pronuncia queste parole non è un uomo che sta bene e lo spiega a chi sta male, ma è un uomo, Gesù, che sta per essere ucciso. È il nostro turbamento quello di cui parla, che non passa nemmeno a distanza di 50 anni. Gesù va a prepararci un posto: come chi ama, vuole che l’amato sia assieme a lui. È per questo che lui è venuto dove siamo noi ed era qui in quella notte tragica. Ha attraversato anche lui il buio angosciante della sofferenza, della morte. Sappiamo che lui ci accompagna, non siamo soli, Gesù piange con noi!

Ho sempre ammirato la franchezza dell’apostolo Tommaso che, a differenza degli altri discepoli, esprime spesso le domande mute degli altri discepoli. Lui invece ha la richiesta di conoscere, di sapere, di futuro. Le indicazioni di Gesù non sono prove convincenti, ma sono “lui stesso” con il suo amore senza fine. Cristo era “là sotto” (le macerie) con loro fino alla fine. Un’amicizia che conosce solo chi ama.

Il terremoto distrugge, l’amore rimette assieme. Quelle settimane sono state una lezione per tutta l’Italia e per il mondo, per imparare cosa significa lavorare insieme senza opportunismi. Si manifestò un “noi” forte, resistente, perché era chiaro e indiscusso che «il tutto è superiore alla parte». Per questo dividerci è colpevole, ci rende impotenti dinanzi alla sofferenza.

Vorrei che oggi come allora dal Friuli partisse questa consapevolezza per il nostro Paese, per l’Europa e per il mondo. Con serietà e umiltà. Non si perde tempo per dividerci! Per esempio, fu questa esperienza a dare fisionomia alla protezione civile e alla Caritas.

Disse Battisti: «Io sono un povero Vescovo, ma il dolore di questa terra mi dà l’autorevolezza di alzare la voce: fratelli italiani, abbandonate gli odi e le vendette, c’è tanto spazio per l’amore. C’è tanto bisogno di amore e bontà. L’amore qui in Friuli è l’unica cosa che resta, ma è l’unica cosa che conta». Di amore ce ne fu tanto: i gemellaggi sono stati questo. La solidarietà ha aiutato tutti, chi ha aiutato e chi è stato aiutato. Così è la solidarietà.

La presenza di tanti, oggi, testimonia che hanno dato molto amore… e hanno trovato tanto amore.

I friulani si sono fatti aiutare, rimettendo in piedi le fabbriche, le case e le chiese. Senza il lavoro i friulani avrebbero di nuovo lasciato le proprie terre. Poi, lo sforzo di ricostruire “tutto com’era e dov’era”. Nei prossimi giorni vorrò andare a Venzone, dove le 12.000 pietre del duomo sono stati tutte nominate.

Voi chiamate i figli “fruts”, i “frutti”. Che senso ha una vita senza dare frutti? Quella forza, quella voglia di dare futuro, è il messaggio che Dio ci ha inviato. Crediamo all’amore di Dio anche in questo dolore!

Sempre mons. Battisti disse che «l’amore è stato l’unico testamento lasciato da tante persone». Questa è la speranza cristiana, ma anche la speranza umana che qui ha avuto un nome: la casa. Ricostruire la casa è ricostruire la comunità, le relazioni. Questo ci è chiesto anche oggi, per difendere la casa comune – che è la terra – e farlo con la stessa serietà che abbiamo visto qui in Friuli.

Padre Turoldo raccontò come una donna in fila si rivolse a un soldato che versava la minestra «frut, no stà strassâ». Non sprecare: questa è una lezione che il Friuli offre al Paese.

Paolo VI diceva che il nostro cuore è come un sismografo: piangiamo e ridiamo insieme. Il primo bene è la solidarietà, il dolore si fa comunitario. Ci sentiamo fratelli, diventiamo cristiani, comprendiamo gli altri, esprimiamo amore disinteressato e sociale. Oggi comprendiamo che dobbiamo tenere acceso il sismografo del cuore, attento al dolore degli altri.

Ci affidiamo tutti a Maria, che continua a generare Gesù, speranza cristiana e umana. «Ave o Vergjine us saludi, come l’agnul ancje jo. Ave, o plene di ogni gracie: il Signôr al è cun vô!»

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