Ogni sera, al telegiornale, vengono religiosamente snocciolati tutti i disastri che affliggono il Mondo e si finisce sempre per commentare la politica e condannare le guerre. Si compatiscono le vittime degli attacchi militari e degli attentati terroristici, si spende un fugace pensiero, si recita una preghiera a metà e poi si continua a cenare, nell’agio della parte privilegiata del nostro pianeta.
Quando è invece la natura a prendere il sopravvento sulla realtà umana, le parole per esprimere un giudizio vengono sempre meno. Non ci sono tensioni geopolitiche da incolpare o colpevoli da ricercare; fortunati e disgraziati non esistono più: tutte le differenze, le ingiustizie e gli ordini sociali vengono annullati, proprio come la vita delle persone colpite da qualsiasi tipo di calamità.
Guardando alla televisione le immagini di sfollati, città fantasma, case distrutte di famiglie senza un tetto; tra le statistiche e i fotogrammi al rallentatore di tornado, uragani, tsunami e maremoti è difficile trovare una spiegazione che possa giustificare un dolore così casuale, così improvviso e dilaniante.
Pensare che cinquant’anni fa, al posto di quei bambini che guardano con sguardo innocente e sperduto tutta la loro vita ridotta in macerie c’erano i miei genitori, che frequentavano la seconda elementare e l’ultimo anno di asilo, mi fa sempre un certo effetto. Come molti giovani della mia generazione, ho sempre visto il terremoto che ha distrutto il Friuli sotto due prospettive completamente diverse, senza mai riuscire a farle combaciare, a comprendere davvero cosa abbia potuto significare per la gente della mia terra.
Da un lato, si presenta l’evento storico, il quinto terremoto più grave che abbia colpito l’Italia nel Novecento, impresso nella Storia, fatta di date (sette anni dopo lo sbarco sulla Luna, tredici prima del crollo del Muro di Berlino) e di dati (i numeri sulla scala Richter, le analisi geologiche, la durata del sisma) … Dall’altro, quello del vero vissuto dei friulani: storie e aneddoti, racconti e ricordi, da conservare e dimenticare. La casa di mia madre era crollata completamente, ad eccezion fatta della camera dove dormiva la mia bisnonna, anziana, sorda e benedetta da una stella fortunata: sono cresciuta associando il terremoto all’immagine di quell’anziana signora che si sveglia tra mattoni, polvere e calcinacci, senza neppure aver sentito la scossa.
Ha un che di incredibile, quasi grottesco, ma le storie dei terremotati, colpiti dall’Orcolat – mostro imprevedibile e terrificante, costretti a dormire nell’orto, a vivere nelle tende sognando un prefabbricato, hanno spesso uno spirito quasi folcloristico, vignette vivide di una tragedia indescrivibile. Il nostro è un popolo concreto, pragmatico: non c’erano tante parole e pensieri nobili
da spendere per descrivere ed elaborare sentimenti di smarrimento e sconforto, solo comunità intere da riedificare.
Forse, questa pagina di storia nostrana è così di complessa e delicata narrazione proprio perché la migliore testimonianza dei terremotati sono i frutti della ricostruzione, segno di una resilienza inesprimibile.
In architettura, il termine esatto per descrivere la tecnica ricostruttiva che permette di rimettere assieme ogni frammento andato distrutto nella sua posizione originaria è quello di “anastilosi”.
Sebbene in regione ci siano diversi esempi di questa pratica – primo fra tutti il Duomo di Venzone, emblema del terremoto – credo che quello che è stato fatto vada ben oltre una minuziosa replica di un passato che evidentemente non si poteva tornare a rivivere. Non solo il Friuli si è ripreso, ha promesso che “ringrazia e non dimentica”, ma si è anche reinventato, proiettandosi verso il futuro con una speranza stoica, quasi testarda.
Spesso, gli eventi storici vengono ricordati affinché le tragedie non si ripetano e si possa imparare da un passato oscuro e inquieto: gli anniversari e le commemorazioni diventano un momento di riflessione, germogli di un futuro che aspira ad essere privo di violenze, morti ingiuste e dolore.
Nel caso di una ricorrenza come i cinquant’anni del terremoto, però, non ci sono peccati umani da espiare e condannare: è naturale che le parole, oggi come nei giorni subito successivi alla tragedia, vengano meno. Forse, la cosa migliore che noi – figli, nipoti o sopravvissuti – possiamo fare è dedicare un momento di silenzio per ricordare chi ha perso la vita e ha seguito la ricostruzione dal cielo; un momento di gratitudine nei confronti di coloro – friulani, italiani e stranieri da tutto il mondo – che si sono subito mobilitati per restituire e regalare sogni da costruire sopra le macerie. Un momento effimero ed eterno al tempo stesso, neanche un minuto.
Cinquantanove secondi, come la sera del sei maggio millenovecento settantasei.
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