“Noi, preti della Diocesi di Udine, siamo orgogliosi di appartenere a questa Chiesa Friulana che in ogni momento della sua storia martoriata si piega fino a terra, ma non si spezza e anche quando le calamità giungono inaspettate si mostra sempre pronta al passaggio del Signore. Coloro che hanno trovato il loro Venerdì Santo sotto le macerie sono nelle mani di Dio, ma mentre diciamo loro “arrivederci” sappiamo che per noi rimasti il primo dovere è di guardare avanti e di ricostruire la nostra Patria per l’ennesima volta”. Inizia così il documento “Ai furlans che a crodin”, firmato “I predis de Glesie Furlane” e datato 11 maggio 1976. Fu presentato nella cappella del Seminario di Udine alla riunione dei preti della Diocesi convocata dall’arcivescovo mons. Alfredo Battisti per ragionare sul da farsi dopo la tragedia del sisma. A distanza di 50 anni, nell’anniversario di quel documento e momento storico, Glesie Furlane intende ricordare tutte le vittime del terremoto e le persone che si sono date da fare per la ricostruzione culturale e spirituale del Friuli. Lo farà con una Santa Messa proprio l’11 maggio nella chiesa di Santa Maria di Castello a Udine, presieduta dall’arcivescovo Riccardo Lamba, alle 18.30 (per chi lo desidera la chiesa sarà aperta già dalle 17.30 per una visita guidata con Maria Beatrice Bertone, curatrice del Museo del Duomo).
«Una prima stesura del documento “Ai furlans che a crodin” fu scritta già il pomeriggio del 9 maggio, era domenica – ha ricordato pre Romano Michelotti, presidente di Glesie Furlane, ai microfoni di Valentina Pagani su Radio Spazio –. Il testo venne poi discusso il lunedì e già il martedì fu presentato a tutti i preti nell’assemblea voluta da mons. Battisti (la Vita Cattolica lo pubblicherà integralmente, sia in lingua italiana che friulana, nell’edizione del 22 maggio 1976).
Nel maggio del 1976 pre Michelotti era un giovane prete e faceva servizio come cappellano all’ospedale di San Daniele. «Non dico le scene che ho visto in quei giorni! Le tragedie, il dolore, le sofferenze… – ricorda –. Davamo l’olio santo alle persone che arrivavano dai paesi e nelle stesse ore venivano i familiari degli operai della Ferriera di Osoppo, per sapere se i loro cari erano lì. Lassù era venuto giù tutto…».
Rievocare quei momenti è doloroso. Ma ricordare significa anche far memoria della caparbietà, della dignità e della lungimiranza di chi operò in quei frangenti, e questo è doveroso. Pre Michelotti cita, tra gli altri, «la penna di Pierantoni Beline, la forza e l’energia di pre Checo Placerean, la sapienza di pre Pauli Varutti, pre ‘Sef Cjargnel (Giuseppe Cargnello). Furono loro, assieme ad altri, a stendere quel documento, in 11 punti (“proposte semplici, ma risolute”, così si legge nel testo) i cui contenuti, per buona parte, confluiranno nelle linee della ricostruzione della Chiesa udinese, riassunte nello slogan “Prima le fabbriche, poi le case, infine le chiese”.
11 proposte “semplici ma risolute”
Il Popolo friulano “non chiede né compassione né elemosina. Crede di avere diritto ad un trattamento uguale a quello che lo Stato ha usato con gli altri”, esordisce il documento al punto 1. E prosegue evidenziando (punto 2) il “diritto di essere noi friulani a scegliere e decidere il modo di ricostruire la nostra terra”. Un lavoro che “deve essere di competenza degli enti locali – specificano i sacerdoti di Glesie Furlane – e primieramente dei Comuni, da noi liberamente eletti”. I Partiti “trovino un’unione”, sollecita il testo (punto 3). E riguardo al rischio di speculazioni o calcoli politici, i preti sottolineano “chiaramente” la loro posizione: qualora i politici “sfruttassero questo fatto per i loro calcoli o per umiliare il nostro popolo, come è successo altrove, troveranno il Clero friulano sempre pronto a denunciare apertamente questo gioco disonesto”.
Ci si preoccupa poi di assicurare ai friulani case dignitose, proponendo come alloggio provvisorio l’utilizzo delle caserme (punto 4), e lavoro (punti 5 e 6). E riguardo ai paesi, essi “dovranno rinascere con tutta la ricchezza di personalità, di diversità e caratterizzazione di prima (…) escludendo assolutamente agglomerati stereotipi economici, quanto disumani” (punto 7). Le chiese? Tenerle per ultime, chiedono gli stessi preti, perché “questo popolo saprà trovare la sua forza anche senza templi manufatti” (punto 8), ma esse e gli altri monumenti sacri siano riedificati “perché un popolo vive anche di ciò che sa mostrare di sé alle generazioni future“ (punto 9). Infine non si dimentica la battaglia per l’Università, “parte integrante della ricostruzione” (punto 10) e si suggerisce l’impegno di mettere a disposizione case parrocchiali, ricreatori, colonie, Seminario e di devolvere le offerte raccolte nelle chiese e nei santuari ai terremotati (punto 11).Quel testo fu un documento «profetico – conclude pre Michelotti –. Non a caso il Corriere della Sera, il 18 maggio 1976 titolò: “I preti friulani scelgono la causa del loro popolo”».
Valentina Zanella














