Concorso 50° terremoto

52 – Il terremoto con gli occhi di nonno Angelo

Avevo 26 anni e da due insegnavo matematica e scienze nelle scuole medie di Pontebba.

Era giovedì sera, mio giorno libero, e passeggiavo per Udine insieme alla mia ragazza Flavia. Alle 21:30 avrei dovuto prendere il treno per raggiungere Pontebba, dove alloggiavo in una stanza in affitto. Sembrava una serata tranquilla, eravamo sotto i portici di via Mercato Vecchio, quando all’improvviso abbiamo sentito un frastuono tremendo, come se un treno ad altissima velocità fosse passato a pochi metri da noi. Sono rimasto esterrefatto e non riuscivo a pensare lucidamente, sentivo solo Flavia che mi prendeva per mano e mi trascinava lontano dal portico, urlando: “È il terremoto!”.

Siamo corsi in mezzo alla strada: tutte le luci erano spente, i sanpietrini si sollevavano, un autobus si era fermato, la gente gridava, c’era buio pesto. Nessuno capiva cosa stesse succedendo né si rendeva conto dell’accaduto. A fatica siamo riusciti a raggiungere la stazione dei treni, ma anche lì c’era un caos totale.

Mi dispiaceva non presentarmi a scuola il giorno seguente, ma nessuno sapeva dirmi a che ora sarebbero partiti i treni né se sarebbero arrivati a Pontebba; così, ho deciso di tornare a casa, a Lestizza, in auto

Mentre Flavia ed io stavamo andando verso casa, vedevamo la gente uscire in strada chiedendo cosa fosse successo e dove il terremoto avesse colpito. Non conoscevano parole tecniche come “epicentro”, solo i più informati sapevano cosa fosse la scala Mercalli. Arrivati a casa abbiamo acceso la televisione, ma le notizie erano confuse.

L’indomani ho cercato di raggiungere Pontebba in automobile, ma le strade all’altezza di Gemona erano chiuse e potevano passare soltanto i mezzi di soccorso. Ormai si andava delineando cosa fosse accaduto: il terremoto, con epicentro vicino a Gemona, aveva colpito il Friuli, distruggendo case, chiese, fabbriche e scuole. La priorità era prestare soccorso alle persone ancora sotto le macerie.

Flavia ed io sapevamo che una zona del Friuli, la Val Resia, era rimasta isolata e si poteva raggiungere soltanto risalendo da passo Tanamea verso Uccea, arrivando agli stabili di Gnivizza, sui monti Musi e da lì raggiungere le frazioni della valle. La strada era molto accidentata e bisognava procedere evitando rumori forti che avrebbero potuto far rotolare dei massi instabili giù dalle montagne, per questo avanzavamo lentamente e non c’era nessuno sulle strade. Vicino al passo abbiamo incontrato una camionetta dei vigili del fuoco; ho spiegato loro le mie intenzioni e i pompieri si sono fatti carico di portare i generi alimentari che avevo raccolto nella mia automobile (acqua, succhi di frutta e pane) ai terremotati.

Siamo ritornati indietro, perché non avevamo le attrezzature necessarie per rimanere isolati per più giorni nella vallata e siamo andati ad aiutare i terremotati nella tendopoli di Campolessi, vicino a Gemona.

Il lunedì seguente sono riuscito a raggiungere la scuola media di Pontebba, che per fortuna era intatta, essendo antisismica. La stanza in cui abitavo era distrutta ed ho recuperato con difficoltà i pochi oggetti che avevo lasciato all’interno. Le linee telefoniche non funzionavano e si faceva affidamento solo sui ricetrasmettitori, che comunicavano tramite ponti radio.

L’anno scolastico era ancora in corso, quindi il Provveditore agli Studi Valerio Giurleo mi ha raggiunto a Pontebba e mi ha detto di compilare i documenti scolastici per promuovere tutti gli studenti.

Era difficile reperire gli insegnanti: la maggior parte delle mie colleghe, mogli di soldati di altre regioni in servizio nelle caserme vicine, erano rientrate in fretta nei loro paesi di origine insieme alle famiglie.

Volevamo ritornare alla normalità il più velocemente possibile, per questo tutti ci impegnavamo a fare la nostra parte.

A settembre sembrava che tutto fosse pronto a ripartire: molti avevano già rimesso a posto le proprie case lavorando di notte, altri si erano adattati a vivere in tenda o presso parenti e amici. Per questo, a mio avviso, la scossa di quel periodo fu la più tragica: dopo aver visto la solidarietà da parte di tutto il mondo, quell’evento ci riportò improvvisamente alla situazione catastrofica di maggio ed eravamo preoccupati per l’inverno alle porte. Si pensò di trasferire alcuni nelle zone balneari, ma abbandonare il territorio significava rinunciare ad ogni speranza di ricostruzione; tanti, infatti, decisero di rimanere nelle tende accanto alle proprie case distrutte, per tornare, prima o poi, ad abitarci.

Per fortuna questo scenario si è avverato e il Friuli è ripartito anche grazie all’aiuto di volontari di altre regioni: la solidarietà ha fatto veramente la differenza nella gestione dell’emergenza e nella ricostruzione. Ad anni di distanza mi rendo conto che la sensazione peggiore che mi ha lasciato il terremoto è la precarietà: non si può dare per scontato nulla, nemmeno la stabilità della Terra sotto ai nostri piedi.

 

◀️ Torna all’indice

Nelle edizioni de La Vita Cattolica dei giorni 7, 13 e 20 maggio 2026 è presente un coupon per la votazione delle opere del concorso “1976. Racconti per ricordare”. I coupon vanno inviati entro il 24 maggio (anche cumulativamente) all’indirizzo: UNPLI Friuli Venezia Giulia APS – Piazza Manin, 10 – 33033 Passariano, Codroipo (UD). È possibile cumulare diversi coupon in un’unica spedizione.

Articoli correlati