Mi viene difficile descrivere qualcosa che non ho vissuto sulla mia pelle, un terrore che non si è insinuato nelle mie ossa, momenti difficili che, per fortuna, non ho dovuto affrontare, perciò lascerò che sia la storia di una donna a parlare per me e narrarvi la storia del terremoto del 1976 in Friuli Venezia Giulia. Questa donna si chiama Ellen e nell’anno del sisma aveva 19 anni, uno in più di me. Studiava infermeria a Udine e dormiva con le sue coetanee nel collegio vicino all’ospedale, ed è proprio lì che incomincia il nostro racconto.
Quella che poteva sembrare una sera come altre, presto si trasformò in un incubo. Tra le camerate della struttura c’erano delle vetrate che iniziarono a traballare e con loro le sedie, i letti e pian piano tutta la struttura, in maniera sempre più brusca: era iniziato il terremoto.Tutti i palazzi in piazzale Osoppo rimasero senza luci. Erano tutti al buio più totale, circondati da scricchiolii e urla. Ellen e le altre ragazze del collegio si precipitarono giù dalle scale in maniera disordinata, formando un tappo che rendeva difficile il loro stesso passaggio. Quando furono finalmente uscite tutte, si ritrovarono su di un’aiuola ad aspettare il consenso della governante per andare in ospedale a dare più aiuto possibile.
Mentre attendevano, le circondava il caos: malati che scappavano dall’ospedale, macchine che trasportavano i feriti su di un materasso posto sulla cappotta e ambulanze con la sirena accesa. Verso mezzanotte ebbero il permesso di entrare in ospedale. il reparto di ortopedia si era trasformato in un punto di primo soccorso e raggruppamento dei feriti, che poi sarebbero stati smistati nelle aree più specifiche in base ai danni subiti. Ellen, come le altre infermiere, si guardava intorno cercando di dare il maggior aiuto possibile nonostante la paura continuasse a scorrerle nelle vene. L’atrio della struttura era pieno di persone che si cercavano tra loro ma che difficilmente riuscivano a trovarsi.
C’era chi urlava a gran voce i nomi dei propri cari per sapere dove fossero, se stessero bene, senza gran successo, mentre i feriti venivano trasportati su dei lettini. Ellen rammenta di un uomo a cui era caduto un masso in pancia e aveva le gambe innaturalmente gonfie, da drenare al più presto; e di una donna incinta che era stata adagiata su di un materasso imbottito con il mais. La donna aveva uno squarcio lungo una gamba, che Ellen stava tenendo sollevata. Verso l’ una di notte ci fu un’ altra scossa e in ospedale si scatenò di nuovo il panico.
La gente, pur di scappare, usciva dalle finestre o si imbottigliava sulle porte, compresi i medici. La protagonista della nostra storia, invece rimase dov’ era, ferma, ancora con la gamba della donna ferita tra le braccia, incapace di muoversi per il terrore che le gelava il sangue e con questo brivido che le correva dietro la schiena come dita gelide. Quando anche quella scossa terminò, si ripristinò un minimo di ordine e tra i feriti chiese di lei sua zia, che aveva un taglio in testa e un braccio rotto, ma stava bene, una magra consolazione.
Le giovani infermiere lavoravano senza sosta, ma il desiderio di tornare a casa e avere notizie dei propri familiari fu più forte. Il telefono non prendeva, le corriere erano ferme, l’ unica alternativa era viaggiare in autostop. Così fece anche Ellen, che dopo venti chilometri in autostop arrivò ad Attimis, dai suoi genitori e suo fratello. Li trovò fuori nell’ orto, alle loro spalle la casa con due grandi crepe sui muri principali. Le raccontarono che i mobili della cucina, che erano addossati al muro si erano spostati e che finita la forte scossa il terreno continuava a tremare, nonostante ciò, erano riusciti a portare fuori i materassi. Accorsero gli zii da Milano, per vedere come stavano e insieme ad Ellen decisero di partire per Gemona, dagli zii che avevano a Stalis per accertarsi che stessero bene, non avendo loro notizie. Arrivati ai piedi della montagna furono costretti a proseguire a piedi, non esistevano più strade o case, era tutto distrutto, rimanevano solo macerie.
Attorno a loro c’erano persone che cercavano, non era chiaro cosa, dato che non era rimasto più nulla; chiamavano a gran voce nomi di persone che erano sotterrate sotto metri di detriti e che non avrebbero dato una risposta. Finalmente trovarono lo zio e la zia di Ellen, ma con loro il piccolo Dario non c’era. Il cuginetto di otto anni era morto. Sua madre si era salvata, nonostante la caduta di una trave, ma ancora quando teneva Dario per mano, lui venne colpito allo stomaco da un masso e morì sul colpo. Suo padre riuscì a trarre il suo corpicino gonfio fuori dai resti della casa, infilandosi in un anfratto dal quale nemmeno un topo sarebbe passato. Chi trovava un morto aveva il compito di portarlo in cimitero a Gemona dove sarebbe avvenuto il riconoscimento della persona nelle bare. Assieme al deceduto veniva scritto dove era stato ritrovato e chi lo riconosceva dava il nominativo. Piovigginava, Gemona era irriconoscibile, non si poteva nemmeno chiamarla più una città, ma un cumulo di case distrutte riversate ovunque, ricoperte a loro volta da uno strato di polvere come una coperta.
Ellen più si guardava attorno e più le pareva di essere in un altro mondo, un mondo surreale, eppure doveva ricordare a se stessa: ” questa è la realtà ”. Tornarono ad Attimis e nei giorni che seguirono le persone si diedero da fare l’un l’altre; arrivarono delle infermiere che fecero a tutti dei vaccini contro il tifo; venne buttata calce viva sui resti degli edifici per evitare malattie date dai cadaveri non ritrovati; mentre nel giro di due o tre giorni, vennero distribuite tende militari fatte di tela, per dare una parvenza di rifugio, non potendo entrare in casa. I genitori di Ellen montarono la vecchia tenda nell’ orto dove avevano già collocato i materassi. Decisero di venire a trovarli anche i parenti dal Canada, e divenne difficile stare tutti in tenda e dormire serenamente. Nel periodo che andava da Maggio a Settembre il tempo non fu a favore delle famiglie friulane e si abbatté addirittura un nubifragio su quelle povere persone che avevano perso la casa.
Ad ogni temporale la tenda rischiava di volare via e bisognava tenere i vecchi pali ben piantati a terra, peccato che i problemi poi perseguivano nonostante il cielo si fosse rischiarato. La pioggia inevitabilmente cadeva sui materassi, che ogni mattina bisognava mettere al sole ad asciugare. A distanza di mesi si sentirono finalmente sicuri di rimettere piede in casa, ma non oltre l’ingresso, dove dormivano. Chi ne aveva la possibilità aiutava chi era più in difficoltà, questo spirito di fratellanza fece la differenza. Vennero in aiuto delle famiglie anche i militari, che portarono gallette e cucine da campo, e gli alpini da Bergamo. Nonostante la grande scossa fosse durata solo un minuto, sono stati proprio quei sessanta secondi a determinare il successivo decennio del Friuli. Sicuramente non è facile per chi non lo ha vissuto capire cosa si prova a sentire un terremoto sotto i propri piedi.
Ellen lo descrive come una guerra: tutto tremava, scricchiolava, attorno a lei c’era un boato continuo, c’era caldo e un forte odore di zolfo. Il campo da calcio sembrava un mare in tempesta, dato dalle onde sia sussultorie che ondulatorie del sisma. Curioso è vedere come le persone reagiscano in modo differente tra loro alla paura causata dal medesimo fattore. La protagonista racconta di persone che furono subito pronte a scappare, come un ragazzo che era uscito addirittura nudo dalla doccia, pur di salvarsi; e di persone che come lei, parevano congelate, che non riuscivano a muoversi, in attesa. Forse la cosa più brutta però,dice che fu il non essere più sicuri ad entrare in un edificio (che poteva benissimo essere casa propria o anche il cinema) per paura che crollasse da un momento all’altro. Eppure, nonostante tutto, come si suol dire, dalle ceneri si rinasce e bisogna saper trarre il meglio da qualsiasi situazione. Proprio come nel caso di Ellen, che se non fosse stato per il volontariato, forse, non avrebbe mai conosciuto suo marito. Si sono sposati in chiesa, dove ancora il giorno prima delle nozze c’erano cumuli di sabbia. Chiesa, che come l’intero centro storico è stato ricostruito in soli dieci anni, ed è proprio al terremoto del ‘76 che dobbiamo la legge sulla protezione civile. Insomma, riuscire a immaginare quanto deve essere stato devastante questo avvenimento, non è di certo facile per la mia generazione, ma sono proprio le testimonianze come quella di Ellen che ci sensibilizzano a temi che a noi erano ancora estranei e ci insegnano che l’aiuto reciproco, la resilienza.
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