Era il 6 maggio del 1976, e un friulano di Gemona notò che nella programmazione del cinema c’era una proiezione intitolata “La città verrà distrutta all’alba”. Stava andando al lavoro e, come i figli che sedevano tra i banchi, nel proprio pensiero sedeva il ricordo dell’infanzia. Si domandava perché non avesse potuto godere della loro stessa istruzione finché, a interromperlo nei pensieri, non giunse con prepotenza il caldo: «Ce cjalt cal è vuei!» soleva ripetere. In effetti la temperatura di quel giorno era insolitamente alta, dunque, con la sua temperatura piacevole, la convivialità e il riposo, era ben desiderata la sera.
Erano ormai le nove a Gemona, e le famiglie si riunirono a cena. Il friulano, in compagnia della moglie e dei figli, beveva un bicchiere di vino, fino a quando un trambusto non li interruppe. Si sentiva abbaiare dal giardino e, sul culmine dell’agitazione animale, tutto d’un tratto comparve il silenzio assoluto. Sono ormai passati cinque minuti da quel bicchiere riempito, ma ora qualcosa cambiava l’aria conviviale. Qualcosa destava inquietudine e anomalia. La risposta non tardò a venire. Il tavolo cominciava a tremare, facendo straripare il vino, poi facendone cadere ogni oggetto. «Ce sucedial?» si chiese preoccupato il friulano, mentre i suoi figli correvano prontamente sotto le arcate delle porte. La sua inconsapevolezza in merito lo colse di sorpresa, traducendosi in paura e immobilità. «Bertul, moviti! Ven a chi!» gridarono i figli con la moglie. Lui non capiva, era pietrificato. Non aveva mai studiato una procedura di evacuazione da terremoti. I vasi sugli scaffali della sala si erano frantumati tutti, impattando su un pavimento che formava onde prominenti. «Bertul! Bertul! Ven a chi!» lo richiamarono disperatamente. La luce era saltata, lasciandosi dietro oscurità e polveri confuse. L’aria era irrespirabile, il rumore assordante. Le vibrazioni coprivano ogni voce, inibendo le urla dei cari del friulano.
Solo la porta principale dell’abitazione era rimasta in piedi, ospitandone al di sotto i figli con la madre. «Papi, dulá sestu?» «Papà! Dulà sestu?»gridarono a fatica i ragazzi, mentre la moglie piangeva angosciata. Aspettarono che si depositasse la polvere per vedere dove mettere i piedi e, schiarita l’aria, l’immagine a loro posta dinanzi creò un forte sgomento. Il luogo in cui riponevano la più totale sicurezza ed intimità ora era crollato su se stesso. Questo era durato un minuto. Il minuto più intenso di una vita. La stessa vita che ormai ha deciso di fermarsi in un minuto eterno, sotto le macerie, sotto un’incoscienza troppo pesante. Bertul non c’era più, e le grida erano oramai futili.
C’era un silenzio tombale, un silenzio che da solo urlava più di quanto non avesse già fatto la famiglia del friulano sepolto. Forse era giunta quell’alba del film, l’alba di un evento catastrofico e incontrollabile. Forse “la città” era distrutta, forse era arrivato il momento di calare il sipario per concludere lo spettacolo. La realtà però era un’altra: adesso era tempo di rinascita. La distruzione totale del paese di Gemona, come anche di altri 47 comuni, era solo il giusto pretesto per ricongiungere il Friuli in una grande e solidale società, finalmente notata dal mondo. Il terremoto con epicentro a Gemona est, di magnitudo 6,4, portò con sé 993 persone, sebbene considerando le tombe se ne contano 1400. Poi, almeno 100.000 furono i senzatetto, quasi 20.000 le case distrutte, 6.500 le imprese compromesse, 15.000 i posti di lavoro a rischio. L’area colpita si distese su 5700 km², coinvolgendo ufficialmente 137 comuni, ma 162 per estensione totale e tutto il mondo per gravità e solidarietà scaturita dall’evento. Nell’emergenza intervennero Svizzera, Austria, Jugoslavia, Germania, Canada, Francia, mentre nell’economia e nell’informazione contribuirono Pakistan, Turchia, Unione Sovietica, Cina e USA.
Prima salvarono chi era stato sepolto, poi seppellirono chi era morto e, allo stesso modo, “seppellirono il territorio morente” ricostruendoci sopra con le stesse macerie di morte, ovvero “ricostruendo la vita”. Questo in particolare a Venzone che, come rappresentando la tomba dell’orcolat, presenta un duomo composto dalle sue 9.000 pietre originali, facendo da esempio di anastilosi, nonché di forza e resilienza. Allo scopo di gestire gli aiuti e la situazione generale nasce la protezione civile, affiancata da quella che è una regione autonoma, dato che l’organizzazione interna regionale era completamente resa indipendente dal governo italiano. A capeggiarla c’era Zamberletti, il commissario straordinario all’emergenza, e a velocizzarne le manovre c’erano i volontari. «Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese» era lo slogan. «Il Friuli ringrazia e non dimentica» era la risposta.
Il terremoto del ‘76 crea un solco nei “cûrs furlans”, e da esso deriva la forza per rimarginarlo, unendo persone, cultura, coscienza, sviluppando amore nel senso più profondo del termine.
Nelle edizioni de La Vita Cattolica dei giorni 7, 13 e 20 maggio 2026 è presente un coupon per la votazione delle opere del concorso “1976. Racconti per ricordare”. I coupon vanno inviati entro il 24 maggio all’indirizzo: UNPLI Friuli Venezia Giulia APS – Piazza Manin, 10 – 33033 Passariano, Codroipo (UD). È possibile cumulare diversi coupon in un’unica spedizione.













