Concorso 50° terremoto

45 – Oggi voglio mettere nero su bianco…

Oggi voglio mettere nero su bianco il racconto di mio nonno di quel tragico 1976.

In quell’anno sono successe due cose, una favolosa e una angosciante, la prima è la nascita di mia madre, la sua secondogenita, e la seconda è il terremoto dell’Orcolat. Lui non parla spesso del 6 maggio 1976, ma quando lo fa, i suoi occhi tornano immediatamente a quella sera di primavera, appena dopo le 21.

Ricorda che appena ha sentito la terra tremare sotto i suoi piedi, per circa 20 secondi ed il rombo, di cui ancora ricorda il rumore preciso che ha emesso, era a casa di sua sorella a Morsano con la famiglia e ha gridato “..fuori! – fuori! – fuori!…”.

Successivamente è andato a controllare assieme alla moglie e al primo figlio lo stato dell’allevamento di polli nel capannone, preoccupato perché aveva già vissuto il terremoto all’Aquila nel 1966, quando era la per fare il militare.

All’epoca non sapeva cosa fosse, stava vedendo alla televisione una partita nel bar locale con gli altri miliari e inizialmente hanno visto il monitor muoversi a scossoni, ma non si sono mossi dal loro tavolo perché non sapevano cosa stesse succedendo, mentre gli altri militari sono subito usciti dal locale. Loro invece sono stati mandati fuori dal proprietario, avvertendoli che c’era il terremoto.

Appena avvenuto il terremoto, è stata una scelta dettata dall’emergenza andare a fare volontariato per aiutare le persone bisognose. Mi ha riferito che ha saputo da muratori e da alpini che ognuno andava ad aiutare come poteva, così come ha fatto anche lui nel suo piccolo. Infatti è andato nell’immediato a donare il sangue che poteva servire ai feriti, ed a seguire, con dei suoi amici agricoltori del paese è andato con il trattore a fare fieno nei campi tra Avasinis e Trasaghis per 10 giorni per dar da mangiare agli animali locali. Alla fine, gli era rimasta la contentezza e l’orgoglio nell’aver dato una mano, tant’è che hanno organizzato una festa locale a ringraziamento degli intervenuti con un grande pranzo-tavolata.

Il nonno mi ha raccontato che la loro vita in paese è andata avanti come prima, con le proprie attività lavorative, perché nella loro famiglia cera tanto lavoro tra stalla, allevamento, campi e non ci si poteva permettere di fermarsi.

Ci si dispiaceva comunque per le notizie dei morti e dei feriti degli altri paesi, di cui si apprendeva il loro stato e le loro condizioni dai telegiornali e dai quotidiani locali.

Si pregava per loro, ed anche in chiesa si faceva il triduo di preghiera sia per ringraziare il Signore di non essere stati coinvolti e colpiti dalle disgrazie, sia per scongiurare che non si ripetessero.

Di quei tempi gli è rimasta impressa in modo particolare un’immagine dei luoghi di Avasinis e Trasaghis che aveva frequentato durante il servizio militare, dove ha trovato tutti gli ambienti distrutti.

Infatti, mi ha detto “E jere une desolazion, un dolòr immens. A mi ha fat displasé savé ca jere colade le caserme dulà che o ai fat il militàr par un an, e al è stàt un dolér ancje savé che al ere muart il mul che o vevi in dotazion in chei timps.” (È stata una desolazione, un dolore immenso. Mi ha messo dispiacere sapere che era crollata la caserma dove ho prestato servizio per un anno da militare, ed è stato un dolore anche sapere che era morto il mulo che avevo in dotazione in quei tempi.”)

Nella scossa di settembre invece, ricorda che era un sabato (11 settembre) ed era al matrimonio di un amico del paese, mentre sua moglie Mirella era nel reparto maternità dell’ospedale di Udine, avendo partorito da pochi giorni mia madre. Lei ha dovuto correre per le scale con la figlia in braccio per poter scappare dal reparto.

Anche in quell’occasione la situazione è stata grave, ma sempre nella stessa zona, mentre nelle zone di Castions di Strada non ha recato danni ed il terremoto si è sentito in maniera affievolita rispetto al primo. In quest’anno in cui si ricorda il 50° anniversario del tragico evento, mi dice che il nome di “orcolat”, qui non si utilizzava, perchè originato in aree pedemontane, ma poi è diventato sinonimo del terremoto, corrispondente al grugnire della terra, come di un orco terrificante.

Il terremoto del 1976 è “famoso” non solo per la distruzione che ha creato, ma ancor di più per la straordinaria ricostruzione che ne è seguita. Mio nonno mi ha detto che quello che è stato fatto qui da noi è stato fatto nel migliore dei modi, ed ha consigliato di “copiare” quanto effettuato in Friuli, perché è stata una realtà dove la gente si è rimboccata le maniche ed ha ricostruito, aiutandosi a vicenda — “rangiandsi”.

In particolare ricorda che si è formata una comunità che si è costituita in un simbolo denominato FRIULI, non solo come nome di regione, ma come popolo, unito nel fare.

Ringrazio quindi mio nonno per avermi raccontato quanto da lui ricordato su questo episodio, così da poterlo ricordare anch’io ora e nel mio futuro.

 

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