Il giorno di Pasqua eravamo tutti insieme, seduti attorno al tavolo dalla nonna Lorena, un po’ pieni dopo il pranzo. Aspettando di aprire le uova di Pasqua ho deciso di fare domande. Volevo capire com’era stato davvero il terremoto del Friuli del 1976. Non quello dei libri, dei giornali, ma quello vissuto da chi era lì con me.
I racconti dei miei parenti sono stati la mia macchina del tempo.
Erano le 9:00 di sera del 6 maggio 1976. La gente era a cena fuori o a casa di amici, proprio come una sera qualunque. Anche il mio nonno materno, Piero Tomat, aveva 30 anni ed era in una trattoria. Poi, all’improvviso, un rumore sordo. Subito dopo, la terra che comincia a tremare. Sempre più forte. Strade, case, vialetti: tutto si muove. I bicchieri vibrano, i muri scricchiolano, i vetri tremano. La gente esce di corsa, spaventata, senza capire cosa sta succedendo.
Mio nonno mi ha raccontato che, nonostante tutto, in famiglia cercarono di restare tranquilli. Ma il terremoto non li lasciò in pace: suo fratello, con due bambine piccole, perse la casa. E proprio in quei momenti difficili, il nonno lo accompagnò a Gemona, perché suo fratello era un alpino, e lo chiamarono per aiutare.
Gemona. Quando ne parla, gli sembra ancora di vederla davanti agli occhi: distrutta, senza luci, immersa in un buio totale e in un silenzio che gli faceva paura. Nei giorni dopo, cercò di riorganizzare la sua famiglia e aiutare gli altri. “Ricordati che bisogna sempre mantenere la calma”, mi ha detto.
Anche la nonna Elena Avon, che aveva 24 anni ed era a Udine, e ricorda benissimo quella sera. Lei e suo fratello Giulio si spostarono al piano terra e rimasero ad ascoltare la radio, che era l’unico mezzo per avere notizie. Aveva paura. Tanta. Mi ha descritto il vialetto del giardino che tremava sotto i piedi, come se non fosse più solido. I suoi genitori erano lontani e non poterono dirle nulla per farla sentire tranquilla. Nei giorni successivi, però, ospitarono amici in difficoltà. Suo padre, il mio bisnonno Gianni Avon, che era architetto, diede una mano progettando la ricostruzione degli edifici distrutti. «È stato un momento di grande solidarietà», mi ha detto la nonna.
La mia nonna paterna Lorena Virgulini aveva solo 16 anni ed era in piazza a Jalmicco. Era buio. C’erano rumori forti, vetri che vibravano, persone spaventate. Ha detto che lei si sentiva impotente. I suoi genitori cercavano di calmarla, ma la paura restava. Nei giorni successivi rimase a casa, anche se diede una mano negli aiuti. Di notte non riusciva a stare tranquilla: aveva paura che tutto ricominciasse, ancora più forte. “Comunque vada, se ci si aiuta, si supera tutto” mi ha detto.
La prozia Fulvia Virgulini, aveva 18 anni, e aveva fatto tardi in ufficio a Udine. Quando la terra iniziò a tremare, scapparono tutti fuori. In strada c’era gente ovunque, nel buio, molto spaventata. Suo padre cercava di rassicurarla. Nei giorni dopo continuò a lavorare, mentre altri partivano per le zone più colpite. Anche lei, la notte, aveva paura di sentire di nuovo quel tremore improvviso.
“Bisogna sempre aiutare chi è in difficoltà, io ho aiutato un signore anziano ad uscire, anche se avevo paura perché tremava tutto” mi ha detto.
La prozia Graziella Virgulini, invece, aveva solo 13 anni. Era a casa dei vicini quando tutto iniziò. La mia bisnonna Maria si rovesciò il caffè sulla camicetta per la forza della scossa. Scapparono subito fuori. Si ricorda i sassi che rotolavano da soli nel vialetto e la paura che non le passava. I suoi genitori le spiegarono che era un terremoto. Nei giorni successivi non tornò a scuola e non fece nemmeno l’esame di terza media: furono tutti promossi. Le notti erano piene di pensieri e paura.
Oggi dice che la cosa più importante è la prevenzione.
Dopo quella sera, niente fu più come prima. Nei paesi più lontani da Gemona, molte famiglie ospitarono chi aveva perso tutto. Più vicino al centro del sisma, tante persone dormivano in macchina, troppo spaventate per riuscire a dormire in casa. Gli alpini arrivarono per aiutare, e tra loro c’era anche Giuseppe, il fratello di mio nonno. Nei giorni successivi, tutti facevano qualcosa: si pulivano le macerie, si aiutavano i vicini, si provava a ricominciare. Lentamente e con fatica, ma sempre insieme, si iniziò a ricostruire tutto.
Quando i miei familiari hanno finito di raccontare, per un attimo è rimasto silenzio. Poi ho capito una cosa: quel terremoto è stato terribile, ma ha fatto vedere anche quanto le persone possono essere forti, soprattutto quando restano unite.
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