Mio padre Alberto allora aveva 12 anni e si trovava a Udine con la sua famiglia. All’inizio era una piccola scossa, ma poi è diventata una scossa molto più forte. Papà e la nonna, che in quella sera del 6 maggio erano in casa, mentre il nonno era fuori al cinema, si abbracciarono forte sperando che finisse presto. Mia nonna cercava di rassicurarlo, dicendo “Sarà tutto ok, stiamo calmi”. I piatti e i vasellami cadevano per terra e facevano un rumore molto sgradevole. A loro per fortuna non è caduta la casa. Andò peggio ai parenti che abitavano nella zona terremotata, le cui abitazioni andarono distrutte, ma senza danni alle persone.
La famiglia di mio papà stava bene e ha potuto aiutare chi aveva bisogno. Però papà Alberto e sua nonna, la mia bisnonna, hanno dormito in macchina per un mese per la paura delle scosse che continuavano.
Poi la famiglia di papà ha dato una mano ai parenti ospitandoli nella loro casa al mare a Lignano nella fase dell’emergenza. Lignano era più sicura essendo lontana dall’epicentro. Poi le famiglie dei parenti sono potute rientrare nei loro paesi, nelle abitazioni costruite per i terremotati, cioè case prefabbricate.
Anche papà Alberto e la sua famiglia dopo l’estate del 1976 hanno ripreso la loro vita di tutti i giorni.
Di quella esperienza mio padre Alberto mi ha consegnato un messaggio: “Voi giovani dovete sicuramente recuperare il senso di solidarietà e lo spirito di unità che aveva la gente in quel periodo così difficile”.
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