Concorso 50° terremoto

27 – Mi chiamo Carla…

Mi chiamo Carla Del Torre. Era il 6 maggio 1976. Ero in casa con la mia famiglia, al primo piano: io, mio marito e nostro figlio. Stavamo facendo le cose di tutti i giorni quando all’improvviso sentimmo il pavimento muoversi sotto i piedi. Un attimo dopo, un boato fortissimo. I muri tremavano, i bicchieri nella credenza sbattevano. Non ci fu nemmeno il tempo di pensare: ci prendemmo per mano e scappammo fuori di casa, con il cuore che batteva forte, pieni di paura.

Una volta in strada, la scena sembrava un brutto sogno. Intorno a noi le altre famiglie del cortile scappavano urlando, alcune a piedi nudi, altre con i bambini in braccio. Si sentivano pianti, richiami, e tante persone che pregavano piano per chi era rimasto sotto le case cadute. In quei minuti l’aria sapeva di polvere e di paura. Noi, per fortuna, non ci siamo fatti male. La casa era rotta, ma eravamo vivi.

Mamma mia, in quel momento mi sentii persa, senza forze. Il ricordo più chiaro che ho è proprio quel boato che veniva da sotto terra, e i muri che sembravano di cartone. Con le mani che mi tremavano, riuscii a chiamare i miei genitori: sentire la loro voce mi diede un po’ di coraggio. Mi dissero di non avere paura, anche se dentro di me sapevo che era successo qualcosa di brutto. Mio figlio mi guardava con gli occhi grandi. Lo abbracciai forte e gli dissi di stare tranquillo, che eravamo insieme e che presto sarebbe passato tutto, anche se io per prima avevo paura.

Vivevamo in un cortile con altre famiglie e da quel giorno diventammo ancora più amici. Per settimane dormimmo in un furgone che ci prestò il fratello di mio marito. Era stretto e faceva freddo, ma almeno eravamo al sicuro. Di notte non riuscivo a dormire: ogni rumore mi faceva saltare, ogni scricchiolio mi faceva tornare in mente quel boato. Avevo sempre paura che la terra tremasse di nuovo. Si dormiva a turno, uno stava sveglio mentre gli altri provavano a riposare.

Non andammo ad aiutare perché avevamo un bambino piccolo, ma vedemmo la gente che ricostruiva tutto con tanta voglia. Vedevamo i volontari, gli alpini, e il commissario Zamberletti che parlava con tutti. La gente del Friuli si mise subito a lavorare, con tanto coraggio e tanta voglia di fare. Dalle case cadute, mattone dopo mattone, stava nascendo qualcosa di nuovo.

Vivere queste cose ti cambia dentro e non te le dimentichi più. Ma oggi, dopo tanto tempo, resta soprattutto l’esempio. L’esempio di un popolo che non si è arreso. E questa storia la lascio qui, per mio figlio e per tutti i bambini: perché non si dimentichi mai cosa vuol dire avere paura, ma anche cosa vuol dire aiutarsi e rialzarsi insieme.

 

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