Commento al Vangelo

Lasciare la tavola per andare nel mondo

Commento al Vangelo di domenica 17 maggio, Ascensione del Signore, At 1, 1-11; Sal 46; Ef 1, 17-23; Mt 28, 16-20.

I racconti pasquali dei Vangeli ci presentano spesso Gesù risorto raccolto a tavola con i suoi discepoli. Accade con i discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35), che lo riconoscono nello spezzare il pane; accade nel cenacolo, quando il Risorto mangia una porzione di pesce arrostito per rassicurare gli apostoli impauriti (Lc 24,36-43); accade ancora sulle rive del lago di Galilea, dopo la pesca miracolosa, quando Gesù condivide il pasto con i suoi e poi domanda a Pietro per tre volte: «Mi ami?» (Gv 21,1-19).
Nel brano degli Atti proclamato nella solennità dell’Ascensione, Gesù si trova ancora una volta a mensa con i discepoli. Non è un dettaglio marginale. Nella Scrittura la tavola è sempre luogo di alleanza, di rivelazione e di comunione. Quel mangiare insieme esprime la familiarità ritrovata dopo lo scandalo della passione, quasi una ripresa dell’intimità dell’ultima cena interrotta bruscamente dall’arresto di Gesù e dalla fuga dei discepoli. Il Risorto infatti non si presenta come un’ombra del passato, ma come il Vivente che continua a radunare i suoi, parlando loro «delle cose riguardanti il Regno di Dio» e preparandoli alla missione.
Gli apostoli, tuttavia, mostrano di custodire ancora un’attesa troppo ristretta: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?» ragionando ancora secondo categorie terrene e nazionali. Ma Gesù non li rimprovera; piuttosto apre il loro sguardo. Il Regno di Dio non coincide con un potere politico né con i confini di un popolo: è il dono universale della salvezza che raggiunge ogni uomo e ogni tempo.
Prima di salire al Padre, il Risorto consegna infine ai discepoli la missione di portare il Vangelo «fino ai confini della terra». L’Ascensione, allora, non indica un’assenza, ma una nuova forma della presenza di Cristo. Il Signore sottrae il suo corpo allo sguardo dei discepoli per continuare a rendersi presente sacramentalmente nella vita della Chiesa. Mentre il Figlio viene elevato nella gloria del Padre, la comunità dei credenti resta nella storia come segno vivo della sua presenza e strumento della sua missione.
Per questo gli apostoli vengono invitati a non rimanere fermi a guardare il cielo. Dopo avere sostato alla tavola del Risorto, occorre entrare nella trama concreta della vita umana e portare il Vangelo dentro le gioie e le ferite del mondo. La fede pasquale non separa dalla storia, ma spinge ad abitarla con responsabilità e speranza.
E la comunione con il Signore non viene meno. La promessa conclusiva del Vangelo resta il fondamento della nostra speranza cristiana: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
La domenica appare così nella sua verità più profonda: non semplice pausa nella settimana, ma giorno nel quale il Risorto convoca il suo popolo, lo nutre alla mensa della Parola e del Pane e lo invia nuovamente nel mondo. Nell’Eucaristia la comunità non assiste a qualcosa di esterno, ma partecipa in modo pieno, attivo e consapevole al mistero pasquale di Cristo, lasciandosi trasformare in quel Corpo che riceve.
Anche noi guidati dallo Spirito Santo, siamo chiamati oggi a essere testimoni del Risorto, non soltanto con le parole, ma con una vita capace di custodire speranza, fiducia e responsabilità dentro le tante inquietudini del nostro tempo.

Don Alberto Santi

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