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Magnifica humanitas, parla l’esperto Giovanni Tridente: «Monito ai potenti e a ciascuno di noi»

Magnifica humanitas. Un titolo che alcuni commentatori hanno definito “una lettera d’amore all’umanità”. È la prima enciclica di Leone XIV, dedicata alla “custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale” e pubblicata il 25 maggio. Il documento, dall’altissimo valore magisteriale, porta tuttavia la data del 15 maggio, 135° anniversario della prima, storica, enciclica sociale: la Rerum novarum di Leone XIII. È un ponte a doppia corsia, dunque, che lega quel primo testo con quello odierno. «Siamo in un’epoca in cui, data la grande evoluzione tecnologica, è più forte la riflessione sull’umano e su tutto ciò che influisce sulle nostre esistenze: la Chiesa vuole offrire una parola di senso». Le parole, in questo caso, sono quelle di Giovanni Tridente, direttore della Comunicazione della Pontificia Università della Santa Croce, a Roma, e autore di “Anima digitale. La Chiesa alla prova dell’Intelligenza Artificiale” (Tau 2022) e di “L’alternativa all’intelligenza artificiale. 10 parole (+1) per il futuro” (ESC, 2026).

Prof. Tridente, ci si aspettava un’enciclica specifica sull’Intelligenza artificiale, è arrivato un testo molto più ampio, che pone al centro l’essere umano. Perché questa scelta?

«Prima ancora di entrare nello specifico di alcune dinamiche che si vivono in questo tempo, l’enciclica è una riflessione basata sul percorso che la Chiesa compie quando accompagna l’essere umano lungo la storia. Questa estensione è naturale. Poi, chiaramente, si può trovare il giusto inquadramento in alcuni aspetti di dottrina sociale in senso stretto, come l’intelligenza artificiale o il suo impatto politico.»

Il Papa stesso ha presentato l’enciclica, lo scorso 25 maggio. Un evento più unico che raro. Cosa significa?

«È una presa di posizione significativa, il Papa vuole dire che lui è l’autore effettivo ed è consapevole dell’importanza del tema e dell’argomento. È chiaro anche che questo Papa, da un anno ormai, ci ha abituati a un certo attivismo nel presenziare ad alcuni eventi.»

I primi commentatori hanno definito Magnifica humanitas “un cantiere” (Luciano Floridi), “una lettera d’amore all’umanità” (Luigino Bruni), “un faro di luce nel buio di pensiero e di violenza” (card. Matteo Zuppi), “un testo di filosofia politica” (Paolo Benanti). Lei come la definirebbe?

«Da parte mia utilizzerei la parola “bussola”. La bussola è un qualcosa che ti guida in un viaggio, in un cammino, in una situazione in cui non sei ancora padrone di quello che ti accade intorno. Hai solo l’idea, una meta, una destinazione e un viaggio da compiere. Ecco, questo documento, nell’epoca attuale, ci dà un riferimento. È interessante anche il termine “cantiere”, perché nel documento si parla esattamente di questo tipo di situazione: qualcosa in divenire rispetto al quale dobbiamo allestire una sorta di progettualità. Quindi ci chiama in causa.»

Se l’enciclica è la bussola, qual è la meta?

«È il bene comune, “fare bene le cose”, in modo che siano di utilità per l’umanità, e non siano invece un danno.»

La parola più citata nell’intero documento è “dignità”, riferita alla persona umana. Se ne parla più ancora che di “vita”, “libertà”, persino più di “intelligenza artificiale”…

«Credo che questo sia il centro di quello che la Chiesa fa, cioè richiamare il senso di una creatura creata da Dio. Senza l’umano crolla tutto, c’è la “Babele”, la distruzione. La persona è tale nel momento in cui è riconosciuta nella sua dignità profonda, fatta di unicità, ripetibilità, libertà, relazione. Sono tutti aspetti racchiusi nella parola “dignità”, da declinare nella vita di tutti i giorni: nel quotidiano si realizza la persona, non le macchine.»

L’enciclica chiede con forza che lo sviluppo tecnico (oggi rapidissimo) vada di pari passo con la maturazione etica e sociale (molto più lenta). Come è possibile che queste due velocità procedano in parallelo?

«La parola chiave è “responsabilità”. Dobbiamo prenderci a cuore le cose che facciamo, ciascuno nel suo ambito. In alcuni passaggi il documento si presenta anche come un itinerario di vita cristiana con una visione etica. Significa, sostanzialmente, propendere verso un bene che chiaramente deve essere per tutti. Ciascuno nel suo campo di lavoro.»

Questo aspetto, peraltro, è ripreso anche da una delle due immagini bibliche che il Papa ha scelto per accompagnare il percorso dell’enciclica: la ricostruzione di Gerusalemme dopo l’esilio babilonese.

«C’è una definizione che mi ha colpito molto, ossia l’invito a essere “saggi architetti” per il bene. Sono metafore che, in fondo, descrivono che realmente siamo chiamati a essere proattivi, a costruire, a sporcarsi le mani.»

Magnifica humanitas traccia molto bene i profili di alcune nuove disuguaglianze basate sul trattamento dei dati informatici che degradano la persona a “profilo” (n. 164), sugli squilibri tra sviluppatori pubblici e privati (n. 5), ecc. Che vie d’uscita individua Leone XIV?

«Penso che il Papa inviti a fare un grande esame di coscienza, un monito molto chiaro ai potenti e a chi detiene le chiavi di questi sistemi. Ma è anche un richiamo alla missione della Chiesa, affinché tenga accesi i riflettori su queste dinamiche. La soluzione è la cooperazione, la sussidiarietà, il fatto di partecipare. È evidente che bisogna privilegiare la giustizia e l’equità, ma di certo non possiamo aspettarci che le soluzioni o l’attivismo provengano dai palazzi dove si sviluppano queste tecnologie.»

Per questo serve educazione, occorre attrezzarci con dei criteri di comprensione di queste tecnologie…

«Certo, sviluppando una sorta di pensiero critico. Anche questo si dice nell’enciclica: bisogna investire nell’educazione, facendo in modo che ciascuno abbia quelle capacità riflessive per ragionare sugli impatti della tecnologia.»

Faccio “l’avvocato del diavolo”: nella presentazione si è sottolineato il ruolo “super partes” della Chiesa nel proporre alcune linee etiche… ma anche progettuali. È una voce effettivamente ascoltata? Pensiamo, soprattutto, al tema del lavoro, in cui l’enciclica rischia di essere una flebile voce nei turbini del tecno-capitalismo odierno.

«Mi lascia ben sperare la tempesta di commenti del mondo laico che abbiamo letto dal momento della presentazione di questo documento: c’è un apprezzamento molto esteso da parte di imprenditori, scienziati e filosofi, sul fatto che la Chiesa abbia detto alcune cose in maniera molto chiara e diretta. Certo, bisogna cambiare i paradigmi, bisogna imparare a rinunciare al profitto, bisogna puntare a risultati meno immediati, bisogna avere visione. Chiaramente, sono tutti aspetti faticosi, però è importante che si inizi a ragionare.»

Il testo abbonda di espressioni esortative. In definitiva (e nel concreto), cosa chiede Magnifica Humanitas alla società civile, al mondo produttivo e, ovviamente, alla Chiesa?

«Il Papa chiede di crederci e di avere speranza perché in fondo, come si dice negli ultimi punti, la magnificenza dell’uomo è riconosciuta anche attraverso le opere dell’ingegno, tra cui l’intelligenza artificiale. Il documento si chiude con il Magnificat: la storia è già chiara. Il punto è che ciascuno di noi deve darsi da fare, deve lavorare, affinché ci indirizziamo verso un futuro di bene per tutti.»

Giovanni Lesa

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