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Nel limbo, in attesa davanti alla Questura di Udine

Ahmad (il nome, come gli altri in questo articolo, è di fantasia) ha 26 anni e viene dall’Afghanistan. Da 28 giorni – ogni giorno – si presenta davanti alla Questura di Udine, in viale Venezia. Vuole segnalare la propria presenza sul territorio italiano e fare richiesta di protezione internazionale. È un suo diritto. Eppure, da 28 giorni non riesce ad esercitarlo. Farid di anni ne ha 20, anche lui è afghano, anche lui desidera essere riconosciuto innanzitutto come persona dallo Stato italiano, far sapere che c’è, che è qui. Ma niente, nemmeno lui ci è riuscito. Dal 14 maggio ci prova quotidianamente.

Sono da poco passate le otto di mercoledì 3 giugno e piove. La giornalista Anna Piuzzi è in coda insieme ad Ahmad e a Farid, insieme – ammassate al limitare del marciapiede di fronte all’ingresso della Questura, guardate a vista dai poliziotti – a una settantina di altre persone che sono nella loro stessa situazione.

Sulla Vita Cattolica del 10 giugno 2026 racconta le loro storie. «In maniera sempre più strutturale le questure di tutta Italia ostacolano le persone migranti nel loro diritto a fare domanda di protezione internazionale – spiega Laura, volontaria dell’associazione “Ospiti in arrivo” –. In solidarietà a un’umanità in cammino, a partire da gennaio abbiamo cominciato a monitorare le pratiche dell’Ufficio immigrazione della Questura di Udine, davanti al quale le persone sono costrette a restare per settimane in attesa del riconoscimento della loro esistenza».

Come spiegato a fine aprile nel corso di un’assemblea pubblica dell’associazione, le prassi sono cambiate nel tempo. Prima le persone venivano fatte entrate in Questura, poi si è cominciato a chiedere copia del documento sulla quale veniva appuntata una data – a due o tre mesi di distanza – in cui la persona in questione avrebbe avuto la possibilità del primo accesso. «Parliamo di due o tre mesi di limbo – spiega ancora la volontaria – perché fino a quella data, nei fatti, quella persona non esiste». Una pratica, questa, definita da Gianfranco Schiavone dell’Asgi, l’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, come «illecita». «Attraverso alcuni avvocati che ci supportano l’abbiamo segnalata – racconta ancora Laura –. Per le otto persone con cui eravamo in contatto la situazione si è sbloccata, ma la conseguenza è stata che la Questura ha nuovamente cambiato modalità di accesso: si continua a richiedere copia del passaporto (nemmeno questo dovrebbe succedere), ma l’appuntamento è dato in maniera informale. In questo modo le persone migranti non hanno alcunché in mano, non resta traccia di queste pratiche». «Vivere in questa condizione è terribile – spiega ancora la volontaria –, significa non avere alcun tipo di prospettiva, significa accedere solo alle cure emergenziali in Pronto Soccorso, significa ammalarsi, significa vedere la propria salute mentale compromessa. Per la città vuol dire inoltre avere un numero consistente di persone che dormono in strada».

L’articolo completo del servizio dedicato ai migranti, curato da Anna Piuzzi, si può leggere sulla Vita Cattolica del 10 giugno 2026 

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