Commento al Vangelo

«Imparate da me che sono mite e umile di cuore»

Commento al Vangelo del 5 luglio 2026,
XIV Domenica del Tempo ordinario (Anno A)
Mt 11, 25-30

In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Parola del Signore.

A cura di don Manuel Minciotti

«Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile e pretiosa e casta». Parole meditate in questi giorni, insieme ai bambini e ai ragazzi della mia parrocchia, riflettendo proprio sulla figura di san Francesco. Ci viene quasi spontaneo pensare al Cantico delle creature (o meglio, forse, del Creatore), passando accanto alla forra del rio Bordaglia, lì dove l’acqua crea in alcuni punti delle pozze cristalline, dalla superficie quasi immobile, mentre in altri la corrente è così rapida da produrre un frastuono assordante, e riempire di goccioline l’aria circostante. Davvero l’acqua è preziosa e casta, e molto utile; ma perché il poverello d’Assisi l’ha definita “umile”?

«Imparate da me, che sono mite e umile di cuore», dice Gesù rivolgendosi a tutti gli «stanchi e oppressi». Si dichiara umile Colui che in altre circostanze dice di essere Maestro e Signore, che si proclama più grande di Giona, che dimostra di avere un rapporto nuovo, unico e inimitabile con Dio, tanto da chiamarlo “Papà”, e distinguere tra “Padre mio” e “Padre vostro”. C’è prima da capire in cosa consista questa umiltà che Gesù incarna, per poterla imitare.

Ad esempio, l’umiltà non è questione di condizione sociale: non è per forza vero che più si è poveri, senza o con pochi beni materiali, più si è umili. L’esperienza, al contrario, ci suggerisce che si può essere poveri ma invidiosi, frustrati, arroganti, come quel servo ingrato che, dopo essere stato graziato dal padrone, non fa sconti al suo collega. L’umiltà non va neppure confusa con un complesso d’inferiorità, col sentirsi insignificanti, senza valore: il Signore ci ha creati per la gioia («Esulta grandemente, figlia di Sion!» troviamo nella prima lettura di questa domenica, Zc 9,9), chiama a sé uomini e donne per ristorarli, non per schiacciarli sotto il peso delle loro colpe. A questo proposito, l’umiltà non può neanche nascere dalla consapevolezza dei peccati commessi, altrimenti non avrebbe senso riferirla a Gesù, che è senza peccato.

Ciò che Gesù incarna e insegna, frutto della sua conoscenza intima del Padre, è l’atteggiamento di chi si fa piccolo, si spoglia di tutto ciò che ha, per innalzare gli altri. È l’atteggiamento di un genitore che sa anche rinunciare al tempo libero, alla carriera, a tante cose, pur di garantire ai figli un futuro in cui possano realizzarsi. È l’atteggiamento del Figlio di Dio, Gesù Cristo, che pur essendo nella “forma di Dio” – scrive san Paolo ai Filippesi – «svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo, simile agli uomini», e «umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte, e a una morte di croce».

Tramite Gesù noi conosciamo e siamo chiamati ad imitare un Dio che, pur avendo tutto, sceglie di uscire dal proprio cielo e abbassarsi verso di noi, per servirci, per elevarci, per salvarci. Perché non ci siano più nel mondo affaticati e oppressi. Questa è la vera umiltà: quella di chi si abbassa liberamente per servire. Come l’acqua del rio Bordaglia, «la quale è multo utile et humile», perché scende sempre verso valle, verso il basso.
don Manuel Minciotti

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