Chiesa

Scisma nella Chiesa Cattolica. Una ferita che sanguina ancora

Infine è accaduto. Di nuovo. La Fraternità sacerdotale San Pio X ha scisso la comunione ristabilita con la Chiesa cattolica. A provocare il nuovo scisma, l’ordinazione di quattro vescovi non autorizzata dalla Santa Sede, celebrata mercoledì 1° luglio – nella festa del Preziosissimo Sangue di Gesù – a Écône, in Svizzera, cuore pulsante della FsSPX. A oggi non è definito il numero di fedeli che fa riferimento a questa fraternità religiosa: si stima che siano tra i 200mila e i 300mila in tutto il mondo.

L’annuncio dell’ordinazione episcopale dello svizzero Pascal Schreiber, dello statunitense Michael Goldade e dei francesi Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier era stato diramato lo scorso febbraio. Nacque allora un nuovo braccio di ferro con la Santa Sede: alle richieste di udienza dal Papa da parte del superiore generale della Fraternità, don Davide Pagliarani (ricevuto, in realtà, dal Prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, card. Víctor Manuel Fernández) hanno fatto seguito gli appelli di Papa Leone, pubblicamente diramati in due occasioni (non ultima la lettera del 29 giugno in cui il Santo Padre ricordava con toni paterni alla FsSPX che «lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità»).

Niente di fatto: la Fraternità ha mantenuto la sua linea e lo scisma si è consumato.

La scomunica della Santa Sede

Per i nuovi vescovi della FsSPX, dunque, è scattata la scomunica Latae sententiae, ossia in semplice presenza del fatto compiuto. La ratifica è giunta nella mattinata del 2 luglio da un decreto del Dicastero per la Dottrina della fede, che scomunica anche i vescovi consacranti, ossia Alfonso de Galarreta e Bernard Fellay (“ordinati” peraltro da Marcel Lefebvre).

Il Dicastero vaticano afferma inoltre che «Si ammoniscono i chierici e i fedeli laici a non aderire allo scisma della Fraternità Sacerdotale San Pio X, perché incorrerebbero ipso facto nella pena della scomunica latae sententiae

L’arcivescovo Marcel Lefebvre, scomunicato nel 1988

La seconda scomunica dopo la riconciliazione

Una storia dolorosa e, appunto, non nuova: nata nel 1970 per iniziativa del vescovo francese Marcel Lefebvre – che rigettava in toto quanto emerso dal Concilio Vaticano II, conclusosi appena cinque anni prima -, la Fraternità sacerdotale San Pio X era già stata scomunicata una prima volta nel 1988 da Giovanni Paolo II quando lo stesso Lefebvre ordinò quattro vescovi senza mandato pontificio. Una ferita ricucita nel 2009 quando Benedetto XVI revocò la scomunica, adoperandosi non poco per sanare lo strappo (un esempio su tutti fu il discusso Motu proprio Summorum pontificum con cui Papa Ratzinger agevolò la celebrazione della Messa nel cosiddetto “rito antico”, ossia con il Messale pre-conciliare del 1962).

Ulteriori mani tese sono giunte da Papa Francesco, che oltre a regolare la concessione delle celebrazioni in rito antico con il Motu proprio Traditionis custodes, concesse validità alle confessioni celebrate dai presbiteri aderenti alla FsSPX.

Leone XIV (che fin dai primi mesi di pontificato si è adoperato per mantenere l’unità della Chiesa e dei cristiani, come ricorda anche il suo motto episcopale: in illo uno unum), nella citata lettera ha riconosciuto la bontà di alcune istanze che caratterizzano molte persone e comunità legate alla Fraternità.

Tutto inutile: la ferita, ora, sanguina di nuovo. E addolora. Sul tavolo restano due grandi questioni: la condivisione dell’apostolicità della Chiesa e del valore della Tradizione (al netto della contraddittorietà di alcuni elementi, celebrati anche nelle ordinazioni del 1° luglio a Écône), oltre alla revanescenza di idee teologiche e liturgiche che disconoscono apertamente l’azione dello Spirito Santo nel cammino della Chiesa nella storia recente, una tendenza “tradizionalista” che trova seguito in non pochi fedeli.

La dottrina della Fraternità sacerdotale San Pio X

In estrema sintesi, la FsSPX rigetta completamente le istanze del Concilio Vaticano II (1962-1965), in particolare in merito all’ecumenismo e alla riforma liturgica. Secondo la FsSPX, l’unica verità consiste in quanto professato dalla Chiesa Cattolica, mentre il Concilio riconosce che anche in altre tradizioni religiose e filosofie esistono elementi di bontà e di verità senza che ciò sminuisca la verità di Cristo. Inoltre, la FsSPX ritiene illecito il rito della Messa riformato dal Concilio Vaticano II, riveduto per favorirne la comprensione liturgica, teologica e linguistica da parte del popolo.

Secca chiusura anche nei confronti della libertà religiosa, ritenuta lesiva dell’unica fede in Cristo.

Negli anni, la FsSPX è stata accusata anche di antisemitismo, viste le posizioni di alcuni suoi membri di spicco e vista la concezione del popolo ebraico come «deicida», una formulazione presente nella Chiesa Cattolica fino al Concilio Vaticano II.

G.L.

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