Disegno legge “anti maranza”. Maxi operazioni delle forze dell’ordine che non riguardano clan mafiosi, ma i giovani della movida. Risse. Bullismo. Eccessi. Mentre si discute sul limite d’età per accedere ai social online, è spontaneo chiedersi se davvero la realtà degli adolescenti di oggi sia fatta solo di violenza, solitudine, criminalità, disagio. E quale sia il ruolo degli adulti in questo contesto. Enrico Sbriglia, Garante dei diritti della persona del Friuli-Venezia Giulia, ha accettato di analizzare con la Vita Cattolica la situazione dei giovani, a cominciare da quella della nostra regione.
Nel giornale del 5 agosto 2026 abbiamo pubblicato un approfondimento sul disegno di legge “anti maranza” e un’ampia intervista con il Garante. Qui una sintesi.
«Anzitutto il Friuli-Venezia Giulia è certamente più virtuoso rispetto ad altre regioni – afferma il Garante –, perché conta su una comunità locale più attenta ai ragazzi, dal punto di vista della famiglia e della scuola, ma anche per un’importante presenza di forze dell’ordine che garantiscono un livello di sicurezza che non si riscontra in altre realtà nel territorio nazionale. Nemmeno la nostra regione però è immune da rischi, perché questi spesso sono conseguenza dell’impiego di nuove tecnologie, soprattutto quelle che corrono attraverso i social».

La questione del limite d’età per l’uso dei social genera un grande dibattito in questo periodo.
«Su questo ipotetico divieto la mia fantasia immagina già quali e quanti modi potrebbero esserci per violarlo. È nella natura delle cose: di fronte a un divieto, soprattutto quando si è giovani, la spinta è a superarlo. Ciò non toglie che occorra trovare un modo che ci consenta di monitorare e di evitare che attraverso i social si realizzino situazioni di ancora più grande criticità. Però voglio ricordare che non è tanto il minore il soggetto a rischio con i social. Basterebbe andare a leggere i commenti che talvolta vengono posti a seguito di fatti, avvenimenti o criticità per scoprire che esiste una realtà sociale dove non c’è più limite e non c’è più vergogna. In quel caso non si tratta di minori, si tratta di adulti che commentano in termini sempre più violenti, sempre più drastici, situazioni che forse meriterebbero di essere ragionate pacificamente. Il problema è globale e potrebbe avere conseguenze persino più serie».
A cosa si riferisce?
«Il problema del diritto di accesso ai social per i minori è stato affrontato proprio pochi giorni fa nel G7, quindi è un tema che riguarda non solo l’Italia, ma una platea più vasta. Mentre si discute dell’accesso ai social, però, si propone il voto a 16 anni. Per me sarebbe una combinazione diabolica quella tra una mancata regolamentazione di vigilanza sui social e l’abbassamento dell’età del voto, trasformando i social in uno strumento di orientamento, di indottrinamento addirittura nelle scelte politiche. Si aprono scenari terrificanti. Se già oggi una persona adulta non sa distinguere i compiti del Parlamento da quelli della Corte Costituzionale, faccio un esempio, quali pericoli ulteriori si avrebbero se si abbassasse l’asticella per la maturità che si esprime nel voto? Viviamo una realtà complessa, confusa, dove forse tutti quanti, a partire da noi adulti, dovremmo imporci un maggior senso di responsabilità verso gli altri. Invece sembra che lo slogan abbia la prevalenza sul ragionamento. Quindi, perché ci meravigliamo se i ragazzini esprimono un linguaggio violento o hanno atteggiamenti violenti, quando vedendo delle trasmissioni televisive solo chi urla di più, solo chi batte il pugno, solo chi assume l’atteggiamento violento pare dominare la scelta? È quella la pedagogia che stiamo distribuendo a piedi e mani, in maniera quasi subliminale».
Come si inverte questa rotta?
«Cominciamo noi adulti a essere più coerenti, più seri. Impariamo di nuovo il rispetto. Abbiamo tanti esempi di cronaca su cui l’opinione pubblica si divide, si polarizza. Ma non si tratta di bianco o nero, giusto o sbagliato. La nostra società deve essere imperniata sulla dignità della persona, significa rispetto verso la persona, anche quando si tratta di una persona che a noi non piace. In questo senso è fondamentale l’impegno di tutti, ma anche il ruolo delle istituzioni. Hanno il compito gravoso di essere anche “antipatiche”. Le istituzioni non devono essere amichevoli, devono dare fiducia, devono essere capaci di comprendere le persone e di saperle orientare nel rispetto delle leggi, che sono un punto di riferimento. Invece adesso sembra dominare il partito degli “sloganari”, quelli che parlano e ragionano solo per slogan. Quello è il partito più pericoloso che abbiamo».
L’intervista integrale, a cura di Valentina Viviani, si può leggere sulla Vita Cattolica del 5 agosto 2026















