
Commento al Vangelo del 6 settembre 2026,
XXIII Domenica del Tempo ordinario (Anno A)
Mt 18, 15-20
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
Parola del Signore.
A cura di don Alberto Santi

Il Vangelo che ascolteremo domenica 6 settembre ci consegna una parola delicata ed esigente, perché riguarda il nostro modo concreto di stare davanti all’altro: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo» (Mt 18,15).
La prima indicazione di Gesù è cristallina: «Va’». Non parlare di lui, parla con lui; non mettere in piazza il suo errore e non affidare al pettegolezzo ciò che può trovare spazio nel dialogo. Quante volte, invece, accade il contrario? Anche un piccolo errore diventa subito l’argomento di tutti, mentre chi lo ha commesso è spesso l’ultimo a sapere ciò che gli altri dicono di lui. Gesù ci indica un’altra strada: «Fra te e lui solo». Se un tuo fratello ha sbagliato, concedigli anzitutto la possibilità di accorgersene e di cambiare; se è un credente, se cerca il bene, potrà ascoltarti e correggersi.
Ma anche qui Gesù ci mette in guardia, perché si può correggere qualcuno ponendosi al di sopra di lui e mortificando l’altro. E quando una persona viene umiliata, difficilmente ascolta: la prima reazione è infatti la chiusura. Ecco allora che ci ritorna alla mente un’altra parola del Maestro di Galilea: prima di guardare la pagliuzza nell’occhio dell’altro, guarda la trave che è nel tuo (Lc 6,42). Prima di correggere (magari con gusto) l’altro, ricordati di essere tu stesso bisognoso di correzione; prima di parlare dell’errore degli altri, non dimenticare i tuoi.
Potrebbe accadere che l’altro non ascolti. In questo caso, coinvolgi qualche persona e, se ancora non ascolta, coinvolgi la comunità. La comunità non si raduna però per condannare, bensì per pregare.
Così comprendiamo anche le parole conclusive del testo: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20). Gesù è presente nella comunità che si riunisce e prega, ed è presente anche nella preghiera per chi ha sbagliato, per chi non comprende, per chi sembra non voler cambiare. La preghiera diventa il modo con cui la comunità continua a custodire il fratello, anche quando non sa più come raggiungerlo.
E se neppure questo porta frutto? «Sia per te come il pagano e il pubblicano» (Mt 18,17).
Potremmo qui pensare che sia finalmente arrivato il momento dell’esclusione, ma basta guardare Gesù per comprendere che le cose non stanno proprio così. Come ha trattato i pagani e i pubblicani? Li ha cacciati o li ha cercati, parlando con loro e accogliendoli?
È come se Gesù dicesse: imitate me. Se il primo tentativo non è servito, non abbandonare; se il secondo non ha portato frutto, non trasformare la delusione in condanna. Continua a cercare l’altro con la stessa pazienza con cui Cristo ha cercato chi si era perduto.
Concretamente allora il Vangelo ci lascia alcune domande, che possono entrare nelle nostre relazioni quotidiane. Come parliamo alle persone che ci sono più vicine quando sbagliano? Come dialoghiamo con la nostra sposa o con il nostro sposo? Come ci rivolgiamo a chi vive accanto a noi, a chi incontriamo ogni giorno, quando commette un errore? Spesso, proprio le persone più vicine rischiano di essere quelle che trattiamo con meno attenzione, perché la familiarità ci fa dimenticare quella delicatezza che invece riserviamo agli estranei.
Gesù ci consegna il suo stile, dove il fratello che sbaglia non è qualcuno di cui liberarci, ma qualcuno da raggiungere. E forse, mentre cerchiamo di aiutarlo a ritrovare la strada, scopriremo che anche noi abbiamo bisogno di essere ricondotti sulla via del Vangelo.
don Alberto Santi














