«Si afferma un modello culturale e un modello di sanità che possono portare ad una deriva difficilmente controllabile. La percezione della dignità della vita umana appare da oggi meno tutelata». È netto il commento di mons. Francesco Moraglia, patriarca di Venezia e presidente della Conferenza episcopale del Nord-est, a seguito dell’approvazione da parte del Consiglio regionale veneto della legge regionale sul “fine vita”, consentendo nella regione l’accesso a «procedure e tempi per l’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito». Il provvedimento, che affronta tuttavia un tema di competenza nazionale, è stato approvato con 32 voti favorevoli, 5 astenuti e 14 contrari.

Nelle sue parole, mons. Moraglia fa riferimento a «persone fragili e sole, ossia per le persone che affrontano la vecchiaia e il suo epilogo non potendo contare su un effettivo accompagnamento e supporto umano e affettivo», per le quali esprime «grande preoccupazione». In Veneto, va ricordato, il 34,5% delle famiglie è unipersonale, ossia formato da una persona sola (in Friuli-Venezia Giulia il dato sale addirittura el 39%). Quello della solitudine, insomma, è un problema reale e potenzialmente correlato con il tema del fine vita. «Oggi – prosegue infatti Moraglia – non ha vinto o perso qualcuno, ma, certo, un modello di vicinanza umana è stato, in qualche modo, ferito e limitato. L’impegno ora è di promuovere di più e meglio una cultura di prossimità, specialmente nei momenti in cui la vita diventa difficile e fortemente compromessa».
«L’impegno – conclude Moraglia – è di accompagnare le persone, sempre più e con i mezzi tecnici che oggi la scienza ci offre. Non ci si riferisce – è chiaro – ad alcuna forma di accanimento terapeutico ma, piuttosto, a quelle cure palliative di provata efficacia nel ridurre il dolore. Infine, l’auspicio che l’obiezione di coscienza sia davvero garantita in tutti i momenti e in tutti i soggetti interessati da tali protocolli sanitari».
G.L.















