«E da una tenda esce il suono di un violino». Sabato 17 ottobre, nel centro culturale resiano di Prato di Resia, alle 20.45, la prima assoluta del docufilm «Oseacco 1976 – La Ricostruzione». È il docufilm che il Comitato Pro Oseacco aps ha dedicato alla “propria” storia del terremoto.
Oltre Moggio, la strada si infila in una valle stretta che anticamente si chiamava la Valle dei Fiori. Sono venti chilometri da est a ovest e otto paesi appoggiati su grandi terrazzi sopra il torrente. Nel 1976, in un unico Comune, ci vivono circa 1.700 persone. «Parlano il resiano, una lingua arcaica». Il paese più grande della valle si chiama Oseacco. Per capire cosa è crollato quella sera del 6 maggio 1976 bisogna sapere com’era Oseacco il giorno prima. C’erano meno di quattrocento persone e un’ottantina di famiglie. Ogni mattina gli uomini scendevano a lavorare nelle fabbriche della pianura e tornavano a sera. Alcuni partivano il lunedì e rientravano il sabato. Nel fine settimana ci si dava una mano tra vicini per sistemare la casa vecchia e aggiungerle una «comodità». Ai vecchi restava il bosco, alle donne i campi di patate e di fagioli, ai ragazzi le poche bestie. Era un benessere appena cominciato.
Alle 21 di quel giovedì quella speranza finisce sotto le macerie. Su 278 case ne restano in piedi 14, e sette andranno giù in seguito. Le strade sono interrotte e il paese è isolato. Trecento persone in tendopoli. Più su, oltre le tende, c’è quello che resta del paese. Uno che viene da lontano lo descriverà così: «Un angolo morto. Dove non c’è vita, non c’è calore di anime». Di giorno le ruspe abbattono le case. Poi toccherà alla chiesa nuova, rimasta in piedi «più per scommessa che per miracolo». Il parroco non vuole lasciare la canonica. Nel tremore delle sue mani c’è «un pudore antico. Quel pudore che fa trattenere le lacrime anche quando si vorrebbe urlare il proprio dolore». Poi viene la notte. Gli alpini accendono le luci che i tecnici dell’Enel hanno portato fin quassù, e da una tenda esce il suono di un violino.
Ad ascoltarlo c’è un uomo arrivato da Como con un taccuino in tasca. Si chiama Gianni De Simoni (nella foto, con Zamberletti) e dirige La Provincia di Como. Quella sera scrive: «Il cielo è pieno di stelle ed ogni nota del violino “lega” il suo canto ad una stella». Non è salito per raccontare. È venuto a scegliere. I lettori del suo giornale hanno raccolto offerte con l’iniziativa «un mattone per il Friuli» e lui ha il compito di spenderle tutte in un solo posto. Sceglie Oseacco, e il 25 maggio spiega perché: «Lassù sono un po’ più poveri, il reddito dei singoli è “inferiore”. Lassù fanno i lavori più umili. Lassù i più sono manovali dell’edilizia, sono i più indifesi». Pochi giorni dopo, tra quelle stesse macerie, cammina il commissario del governo Giuseppe Zamberletti. Piange, e non per la distruzione. Piange perché «questa gente non gli chiedeva nulla». De Simoni annota quello che ha visto lui: «Quassù non è andato buttato via nessun abito ricevuto, anche se vecchio. Quassù una briciola di pane non si disperde». In consiglio comunale, in tre minuti, maggioranza e minoranza votano di spostare il municipio in un prefabbricato di legno, per lasciare libere le scuole e alloggiarci le famiglie.














