Il Segretario alla difesa americano, Pete Hegseth, aveva annunciato che l’esecuzione capitale per fucilazione di Nidal Hasan, ex maggiore dell’esercito, autore di un omicidio plurimo alla base militare nel 2009 in cui persero la vita 19 persone e altre 32 vennero ferite, sarebbe stata trasmessa in diretta streaming. A seguito di una vastissima ondata di polemiche, il presidente Trump, pur confermando l’esecuzione per fucilazione, ha cancellato la diretta. Tralasciando ogni considerazione sulla validità della pena di morte, per la quale, è bene ricordarlo, l’Italia ha sancito l’eliminazione definitiva dell’ultimo residuo rimasto nel 1994, con l’abolizione degli articoli contenuti nel codice militare di guerra, c’è da chiedersi quale fosse il significato di tale iniziativa del governo americano. A spiegarcelo e a lasciarci sgomenti, è lo stesso Segretario il quale aveva motivato l’ostensione telematica con il fine per cui «la gente deve capire che azioni di questo tipo comportano conseguenze molto gravi». Una funzione pedagogica, quindi, volta ad esprimere la supremazia della violenza di Stato sulla dignità dell’individuo, ancorché autore di un gravissimo reato. Si tratta quindi in un passaggio culturale chiave della cultura giuridica occidentale in direzione involutiva, per cui il condannato è il mezzo attraverso il quale informare i cittadini di ciò che lo Stato è in grado di retribuire se le regole dello stesso Stato non vengono rispettate.
Ciò che abbiamo sempre inteso appartenere ai sistemi di governo autocratici e dittatoriali che nel mondo attuale corrispondono, quasi esclusivamente, ai Paesi a governo teocratico di tipo musulmano, per il vero non senza una visione culturalmente elitaria, fa quindi ingresso nella nostra parte di mondo mediante un’iniziativa – sebbene sospesa – con la quale gli USA si affrancano dalla cultura giuridica occidentale, fondata sul rispetto della dignità dell’uomo e dal rifiuto di pratiche barbare e inumane da parte dello Stato. Quasi superfluo ricordare che la motivazione addotta dal Segretario alla difesa americano, in Europa è stata dimostrata inutile e superata nel 1764 da Cesare Beccaria.
La spettacolarizzazione dell’esecuzione capitale, tanto più attraverso lo strumento di maggior diffusione pubblica, potendo raggiungere un numero pressoché illimitato di utenti della rete, rappresenta il fallimento etico dello Stato democratico americano, già messo a dura prova sul tema dalla raccapricciante vicenda di Christa Pike, la donna sopravvissuta a due tentativi di pena capitale; spettacolarizzazione che si inserisce perfettamente nel morboso voyerismo ossessivo del dolore e della sofferenza umana nel nostro tempo, espresso senza limiti dai video amatoriali che affollano la rete. Oppure è solo l’esibizione muscolare di uno Stato incapace di trovare soluzioni estranee all’esercizio del potere fisico, violento e oppressivo nei confronti dei propri cittadini. La minaccia dell’uso della forza nella sua forma estrema della morte provocata, compromette la fiducia dei cittadini nell’istituzione politica e nella sua espressione sociale, fino a diventarne il nemico da cui diffidare e da combattere. In altri termini, viene prodotto l’effetto esattamente opposto a quello dichiarato, permanendo peraltro il dubbio che non sia quello effettivamente perseguito.
A questa deriva di contenuto valoriale importante si è opposta con merito la comunità cattolica che, attraverso le parole del presidente dei Vescovi degli Stati Uniti, ha ribadito la prevalenza del principio di tutela e salvaguardia della dignità umana della persona, anche quando è responsabile di reati molto gravi, nonché il rifiuto della cultura della morte e dell’affermazione, piuttosto, della cultura della vita. A noi il compito di raccogliere l’esortazione a non cedere alla tentazione della disumanizzazione alla quale siamo quotidianamente sottoposti.
Andrea Sandra
Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Udine














