«Siamo venuti alla luce per partecipare in vita dell’eterno». Nelle parole di padre Francesco Rossi ecco il cuore del messaggio che accompagna Ognissanti e la Commemorazione dei fedeli defunti, in calendario domenica 1° e lunedì 2 novembre: la vita eterna non è soltanto un orizzonte futuro, ma una speranza che può già illuminare il presente. In un mondo segnato dalla solitudine, dalla violenza e dalla difficoltà di guardare oltre l’immediato, il delegato diocesano alla Vita consacrata e responsabile per il Catecumenato degli adulti, in un’ampia intervista a cura di Valentina Zanella, pubblicata sulla Vita Cattolica del 28 ottobre 2026, ricorda che queste ricorrenze sono un’occasione per riscoprire la santità del quotidiano, la comunione tra le persone e la fede in un Dio che ci ama e ci attende.
Le celebrazioni con l’Arcivescovo
La solennità di Ognissanti e la Commemorazione dei fedeli defunti si celebreranno in tutte le Parrocchie. A Udine, l’arcivescovo mons. Riccardo Lamba presiederà una solenne Eucarestia in Cattedrale domenica 1° novembre alle 10.30 (trasmessa in diretta su Radio Spazio), cui seguirà alle 15 la celebrazione dei Vespri nel cimitero urbano di San Vito.
Lunedì 2 novembre, alle 19, sempre in Cattedrale, l’Arcivescovo presiederà la S. Messa nella Commemorazione di tutti i fedeli defunti (anche in questo caso con diretta radiofonica).
La santità del quotidiano
«Ognissanti è la terza grande festa cristiana dopo Pasqua-Pentecoste e Natale – ricorda p. Francesco Rossi –. Il 1° novembre celebriamo la comunione dei Santi: è il Vangelo vissuto che ormai è giunto alla sua pienezza, che ha cambiato la vita di uomini e donne che si sono messi nella sequela di Gesù Cristo. Giustamente la Chiesa li addita come un esempio, ma la santità non è prerogativa soltanto dei santi del calendario. C’è una santità di tutti i giorni», «la santità che ciascuno di noi dovrebbe cercare di vivere».
Come? «Il santo è una persona che ha saputo rispondere ad una chiamata – risponde p. Rossi –, ha capito che c’è un fascino nel Vangelo, nella figura di Gesù, nel dono di Dio, nella sua grazia che trasforma la vita e, sentendo questo fascino, ha detto “sì” e si è messo alla sequela. Piano piano questa sequela è diventata sempre più impegnativa, sempre più di alto profilo della vita cristiana. Papa Francesco diceva che santità vuol dire essere un po’ più cristiani, un po’ più autentici, un po’ più veri e questo lo possiamo fare tutti. I modelli ci sono, qualche volta sembrano irraggiungibili, ma non lo sono se tradotti nel pane quotidiano che chiediamo al Signore ogni giorno, il pane dell’adesione alla volontà del Padre. Se anche il nostro cibo è cercare di fare la volontà di Dio, siamo nel cammino alla santità».
In una società tanto concentrata sul presente, che significato ha parlare di resurrezione? «Purtroppo oggi la società non è solo concentrata sul presente, ma anche abitata da segni di morte e di violenza – risponde p. Rossi –. È una società che non è capace di far intravedere un oltre, mentre noi sappiamo che la vita eterna, proprio in quanto eterna, è già cominciata; per questo noi dobbiamo nella vita terrena cercare di assaporare sempre di più il valore dell’eternità, gustare l’eterno che entra dentro di noi, la vita del Signore che ci fa partecipi. Siamo venuti alla luce per partecipare in vita dell’eterno, questo è il fondamento della speranza cristiana. Comprendendo il valore della vita, ci rendiamo conto che dietro ad essa c’è un Dio che ci attende, che ci dice: “Sono stato io. Per te ho fatto queste cose, figlio mio, amore mio”. Dalla speranza nasce un rapporto di amore, di autenticità, di verità. Viviamo bene queste feste, in questo senso: c’è un Dio che ci ama, sentiamoci sempre amati da lui».















