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I social creano dipendenza. L’esperta: «Dare gli strumenti tecnologici all’età giusta»

I social media creano dipendenza? C’è una punteggiatura sbagliata in questa domanda, perché – di fatto – domanda non è. I social media creano dipendenza. Punto. Soprattutto nei ragazzi e negli adolescenti. Dipendenza sì, ma non solo. Lo dicono ricerche scientifiche. Lo ha attestato, recentemente, la sentenza di un tribunale a Los Angeles, negli Stati Uniti, secondo cui Meta e Alphabet, aziende proprietarie di Facebook, Instagram e di YouTube, hanno progettato le loro piattaforme digitali consapevoli dei danni alla salute mentale che possono causare, scegliendo tuttavia di non implementare misure di sicurezza adeguate. Il caso è stato intentato da una giovane ventenne statunitense che aveva iniziato a utilizzare YouTube a 6 anni e Instagram a 9 anni, riscontrando poi diversi problemi di tipo relazionale e cognitivo. Guardando un po’ in casa nostra, politica e opinione pubblica si interrogano sui recenti casi di un ragazzo di Bergamo che ha accoltellato la sua docente (pubblicando il video dell’aggressione su Telegram, assieme a messaggi a dir poco agghiaccianti), e del 17enne di Pescara che progettava attentati a scuola, frequentando gruppi e chat suprematiste su piattaforme digitali.

«La fascia d’età più critica è compresa tra i 10 e i 20 anni, con un picco attestato tra i 12-16enni. Hanno profili abbastanza trasversali per provenienza geografica e per contesto socio-economico » afferma Michela Minigher, ricercatrice di psicologia digitale e formatrice presso l’associazione friulana MEC (Media, educazione e comunità). «Questa età corrisponde alla finestra dello sviluppo adolescenziale in cui la maturazione della corteccia prefrontale del cervello, dove ha sede il controllo dell’autoregolazione e del ragionamento è ancora incompleta».

Michela Minigher

Quali campanelli d’allarme possono indicare dipendenza da social o utilizzo compulsivo di dispositivi tecnologici?

«Mancanza di impegno o calo del rendimento scolastico, ma anche minor capacità di attenzione. C’è poi un cambiamento del ciclo sonno-veglia, quindi un cambio a livello biologico. C’è disregolazione emotiva che spesso si traduce in irritabilità o aggressività (per esempio quando viene sottratto lo smartphone o il videogioco), quindi sicuramente una marcata riduzione della tolleranza alla frustrazione, più frequenti quando la dipendenza o l’utilizzo compulsivo si cronicizzano. Alle volte possono anche insorgere disturbi d’ansia e stati depressivi.»

Quali caratteristiche tecniche delle piattaforme digitali agiscono più aggressivamente sul sistema cognitivo di un bambino, di un ragazzo… e anche degli adulti?

«La sentenza di Los Angeles descrive accuratamente come funzionano queste piattaforme e ha introdotto il concetto di “progettazione negligente”. Ogni notifica, like, commento (che può arrivare anche in un momento imprevedibile) attiva in noi un circuito dopaminergico, un sistema di ricompensa che genera piacere e rinforza il comportamento che l’ha generato. Lo stesso accade con lo “scroll” infinito: nessuno di noi ha mai trovato l’ultima pagina di Instagram perché, appunto, è stato progettato con questa modalità. Mancando questo “stop” non si innesca un segnale di sazietà. Nel caso dei ragazzi, questi meccanismi si abbattono su un sistema cognitivo che non ha ancora gli strumenti per resistere.»

È per questo motivo che si riduce il livello di attenzione e di profondità, per esempio nello studio?

«Esattamente, perché la ripetizione che si vede attraverso gli scroll, i video, i reel che ci sono su Instagram stimolano l’effetto di novità che dà una soddisfazione immediata. Sulle piattaforme entrano in gioco anche sistemi algoritmici di raccomandazione».

Cosa si intende?

«Sono sistemi presenti sulle piattaforme digitali che apprendono in tempo reale le preferenze emotive del soggetto, quindi gli si adattano con precisione chirurgica per proporre solo contenuti interessanti per questa persona. C’è un ulteriore effetto, più complesso e che ancora va studiato anche dalla letteratura neuroscientifica, ossia l’erosione di quello che viene chiamato “Default mode network”, cioè il sistema cerebrale che si attiva quando noi stiamo nel momento della noia, del riposo, nella fantasticheria.»

Per esempio i “tempi morti” prima di addormentarci, o al supermercato o sull’autobus. Cosa succede in questi casi?

«Spesso riempiamo questi momenti da alcuni stimoli digitali. Il risultato è che il cervello non ha più spazio per vagare in maniera produttiva. Sono momenti in cui dovrebbero nascere la fantasia, l’idea di trovare una soluzione a un problema. Nei ragazzi questo è ancora più forte proprio perché non hanno ancora un adeguato sviluppo cognitivo, mentre gli adulti dovremmo saperci distaccare da questi elementi.»

Parliamo anche dell’Intelligenza artificiale, spesso integrata sulle piattaforme digitali…

«Possiamo citare strumenti cosiddetti di “companion” (compagnia, ndr) che possono aiutare i ragazzi a confrontarsi o a dialogare con un sistema di IA. Ciò implica tutta una difficoltà nella relazione fisica in presenza. Diciamo che di cause ce ne sono parecchie rispetto a questi temi.»

Mark Zuckerberg, CEO di Meta (società proprietaria di Facebook, Instagram, WhatsApp)

Nella causa statunitense, Alphabet e Meta si sono difese sostenendo che la salute mentale è un tema profondamente complesso che non può essere ridotto all’utilizzo di una singola applicazione per smartphone. Come si può distinguere il disagio causato dal mezzo tecnologico da altre forme di fragilità esistenti soprattutto in adolescenza?

«È vero che il tema è molto ampio, quindi è difficile fornire connotati specifici. La distinzione tra disagio mediato dalla tecnologia e fragilità preesistenti potrebbe anche identificarsi con tre livelli di analisi. Uno è la temporalità, cioè quando si è verificato per la prima volta un episodio di disturbo (che coincide magari con l’introduzione massiva di uno strumento tecnologico). Poi la presenza di un cosiddetto “trigger”: in caso di dipendenza tecnologica, potrebbe emergere una stretta correlazione con l’accesso alla piattaforma. E poi potrebbero esserci dei sintomi astinenziali come irritabilità, insonnia, scarsa attenzione, soprattutto se viene sospeso l’uso di determinate piattaforme o applicazioni.»

Proviamo a limitare i danni: quali accorgimenti possiamo mettere in atto per prevenire queste forme di dipendenza?

«Non è facile intervenire a posteriori. L’errore più grande è dare questi strumenti a ragazzi o bambini senza un precedente accompagnamento al loro utilizzo, lasciandoli in loro balìa. Come abbiamo visto, sono strumenti progettati più per gli adulti che per i bambini; quindi, uno dei primi passi è dare gli strumenti giusti all’età giusta. E qua si apre un altro capitolo, perché facendo formazione su questi temi ci rendiamo conto di quanto l’età si sia abbassata rispetto alla consegna effettiva di un primo smartphone: ora siamo attorno agli 8-9 anni.»

È sempre più fondamentale che i genitori conoscano i dispositivi digitali, le varie app… e nel parlino con i figli

Oltre a questo, possiamo dare qualche ulteriore consiglio ai genitori?

«Indico l’ascolto e il dialogo, perché spesso una delle cose che emerge dagli incontri con i ragazzi è che non si sentono ascoltati, non si sentono visti, si sentono spesso ignorati. Noi adulti talvolta teniamo lo smartphone in mano anche in casa e questo dà il messaggio che “non sono presente per te”. Sentirsi ignorati è una delle cose che più fa male ai bambini. Con i ragazzi più grandi cerchiamo invece di capire che cosa piace a loro di quel mondo, quali giochi e persone frequentano online, quali sono i linguaggi che utilizzano: è un modo per creare un ponte di comunicazione tra una generazione e l’altra.»

Quali suggerimenti, invece, per i ragazzi?

«Ai più grandi spesso basta chiedere se si rendono conto di quanto tempo stanno utilizzando online; devo dire che spesso riconoscono di utilizzare i dispositivi in maniera eccessiva. Se non riescono a staccarsi dal telefono anche quando vorrebbero, non significa sono deboli, ma vuol dire che lo strumento è costruito apposta perché ci si resti il più possibile. Si può imparare a riconoscere la differenza tra quando “sei tu” a scegliere e quando invece è il sistema che sceglie per te. Quella consapevolezza è una forma di libertà. Un altro consiglio è trovare una persona (un amico, un genitore, un insegnante, chiunque) con cui parlare in presenza di come si sta realmente. Le cose che pesano dentro diventano più leggere quando si raccontano a qualcuno “che ti vede”.»

Già che ci siamo: un consiglio finale ai bambini?

«Vorrei lasciare loro non una regola, ma una domanda: quando smetti di usare il tablet, il telefono, come ti senti? Se ti senti bene, significa che stai usando quella cosa lì; se ti senti irritato, vuoto, come se ti mancasse qualcosa di importante, allora significa che è lo strumento che sta usando te. E quindi quello che posso suggerire è di provare a chiudere gli occhi un momento e ascoltare come sto senza lo schermo davanti. È già un gesto di libertà.»

Giovanni Lesa

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