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L'editoriale

L’editoriale della settimana

di Luca De Clara

Auguri alla scuola.

Inizia un nuovo anno scolastico. E forse mai come stavolta la domanda “che anno sarà?” suona così poco retorica. Chi ha vissuto in questi anni la “scuola della pandemia”, quella delle mascherine, dei lockdown, della didattica a distanza e del distanziamento tra i banchi, oggi si chiede con un po’ di ansia se davvero quella stagione sia finita. E si possa guardare al futuro almeno con speranza, se non proprio con piena serenità. È questo, in assoluto, il primo augurio che come operatori della scuola, insegnanti, famiglie e studenti di ogni ordine e grado dobbiamo farci. Di tornare a guardarci in faccia tutti, dentro le classi, nei corridoi e nei cortili: consapevoli che una comunità educante si struttura a partire dagli sguardi e dalle relazioni.

Nessuno vuole nascondere i problemi: il rinnovo del contratto collettivo nazionale degli insegnanti, possibili nuove ondate pandemiche, la denatalità, un latente conflitto sociale, un autunno che si annuncia difficile per l’economia e le persone, il disorientamento di molti, tutti temi che trovano nella scuola una sorta di amplificatore. Non certo, come pensano avventatamente alcuni, una camera di compensazione, un luogo nel quale si possa tranquillamente risolvere ogni tensione e riannodare qualsiasi filo. Ed ecco allora il secondo augurio. Che si ritorni a guardare alla scuola come ad un ambiente che prima di tutto ha a cuore l’educazione e la formazione delle nuove generazioni, che vuole costruire un futuro di democrazia, rispetto e sostenibilità. I giovani – e non è retorica! – sono il futuro dell’umanità. E quel futuro si costruisce roseo nella misura in cui si attrezzano bambini e ragazzi alla convivenza pacifica, ad essere preparati individualmente e collettivamente ad affrontare le sfide che verranno. Difficile, difficilissimo. Il punto di partenza, a mio avviso, consiste in un approccio nuovo: nel pensare da parte della società agli insegnanti come a dei professionisti formati che hanno a cuore alunni e studenti; da parte degli insegnanti nel pensare alle famiglie come a degli alleati e non a dei controllori.

Il terzo augurio riguarda gli studenti in prima persona, ciascuna e ciascuno. Dobbiamo augurarci che i ragazzi (per i bimbi è più difficile) tornino con la loro energia ed il loro entusiasmo a chiedere una scuola che li prepari al mondo. Che lo facciano con grande senso di responsabilità. E non si comportino da soggetti passivi di un servizio di cui potrebbero fruire anche a prescindere dal coinvolgimento personale. La scuola ha bisogno di persone desiderose di mettersi in gioco, critiche e consapevoli, responsabili e rispettose.

L’ultimo augurio è che si continui a far tesoro di quanto tutti abbiamo imparato in questi due anni trascorsi a prendere dimestichezza con nuove tecnologie e nuovi linguaggi. Dichiarandoli importanti, certo, ma anche soppesandone i limiti. L’utilizzo di device e strumenti multimediali per la didattica, la formazione a distanza, sperimentazioni di ogni genere sono diventati quasi la prassi per la scuola: facciamo in modo che il ritorno “alla normalità” non si esprima attraverso un “rifiuto” miope di quanto ci siamo abituati a fare durante l’emergenza, ma con il coraggio di metabolizzare, accogliere e “trattenere” ciò che di buono quelle dinamiche hanno rappresentato.

Infine, da cattolico, mi sembra proprio che sia necessario un affidamento. Una volta, in certe scuole, si iniziava l’anno scolastico con la Santa Messa. Oggi io vorrei proporre a chi se la sente di fare una preghiera, anche piccola, in occasione dell’avvio di quest’anno. Affidando tutti, ma davvero tutti quelli che in qualche modo sono coinvolti dentro questa grande avventura educativa che è la scuola – e la scuola friulana in particolare – alla cura e allo sguardo del Buon Dio, che siccome è Buon Pastore sa che non si deve lasciare indietro nessuno. Perché tutti sono preziosi.

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