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L'editoriale

L’editoriale della settimana

di

M.A. Bertoni, N. Della Pietra

Cura, cuore della vita
Pubblicato su “la Vita Cattolica” nr. 40/2023

La parola cura si è trovata al centro del dibattito pubblico durante la pandemia quando abbiamo verificato la nostra ontologica vulnerabilità, attraversato con smarrimento la sospensione della dimensione sociale, vissuto la fragilità dei nostri servizi sanitari. Ci siamo trovati a riconoscere le nostre ferite, i nostri limiti come parte costitutiva del nostro essere al mondo. Abbiamo vissuto il tentativo di prendere in mano emozioni, desideri e bisogni e di conciliarli con la nostra vocazione relazionale, con il nostro destino che è politico, legato alla vita comune, alla vita della polis.

È nella dimensione sociale che la parola cura si arricchisce continuamente di significati, parliamo di “tempo di cura, lavoro di cura, assegno di cura, diritti e doveri di cura… un lessico sempre più ricco testimonia l’uscita della nozione di cura dall’ambito propriamente medico” (Stefano Rodotà). La filosofia, da tempo, guarda alla primarietà della cura, senza la cura la vita non può fiorire, il lavoro di cura accompagna la vita intera, non consente soste, siamo obbligati ad un impegno per conservare la vita. Il termine greco “merimna” indica il prendersi cura delle cose con preoccupazione che, nella nostra vita quotidiana, può diventare inquietudine o frenesia nel procurare cose; viviamo così l’illusione che l’acquistare, il posseder per sé, possa arginare il senso del limite e della mancanza, portandoci lontani dalla vocazione alla cura. La vita umana, incerta e incompleta, trova nella pratica di cura un orizzonte in cui iscrivere azioni quotidiane individuali e collettive.

La complessa dimensione della cura, faticosa, ma portatrice di significato, è capace di pacificare il nostro cuore, di dare respiro al vivere quando cerchiamo una personale dimensione di impegno, e impariamo a conciliare necessità e possibilità. L’espressione “I Care”, adottata da don Lorenzo Milani, indica un preciso cammino dove incontriamo parole di cui riappropriarci: accoglienza, responsabilità, speranza… per dare forma ai nostri gesti di cura, in una dimensione universalistica e caleidoscopica, ma al contempo calata nel contesto preciso in cui ci troviamo.

Oggi viviamo una crisi sociale importante. È nato un nuovo termine: povertà di salute, a cui ha fatto ricorso recentemente papa Francesco per indicare la condizione di un numero sempre crescente di soggetti che per mancanza di mezzi non riescono ad accedere tempestivamente alla cura come necessità terapeutica. Siamo di fronte ad un servizio sanitario nazionale e regionale che dopo aver subito un lungo assedio, un depauperamento di risorse avvenuto nel corso di diversi anni, si trova ora a fronteggiare un assalto pericoloso, stanno venendo meno gli aspetti di universalità, uguaglianza, globalità, uniformità, previsti dalla l. 833/78. Un buon servizio di salute pubblica è uno dei determinanti sociali di salute e malattia. Un buon servizio sanitario è capace di operare la presa in carico del paziente, operatrici e operatori sono preparati per accompagnarlo nelle varie tappe del tempo della cura, sono messi nelle condizioni di poter vivere con passione il lavoro di cura.

Se tutto questo è in pericolo, non viene rispettato un diritto costituzionale. Allora, non possiamo tacere, e come ci ha ricordato don Luigi Ciotti, il 7 ottobre a Roma, dal palco della manifestazione “La via Maestra”: “Uniamo le nostre forze per diventare una forza etica, sociale, culturale e politica di servizio al bene comune”.

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