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Nuova normativa diocesana sulle esequie. Mons. Della Pietra: «Dopo la morte il corpo non è abbandonato»

Dal 19 aprile – terza domenica di Pasqua – sarà in vigore un decreto arcivescovile che regolamenta la celebrazione delle esequie con i diversi riti che la precedono e la seguono, un documento che rafforza la Nota pastorale diocesana già pubblicata nel 2021 a firma dell’arcivescovo Mazzocato. «Il nuovo atto ha un diverso peso giuridico e intende fare maggiore chiarezza su alcuni punti, anche in risposta a situazioni emerse nella prassi pastorale degli ultimi anni» afferma mons. Loris Della Pietra, direttore dell’ufficio liturgico diocesano.

Ma non c’è solo una miriade sempre più numerosa di richieste ai parroci, chiamati a conciliare le esigenze delle onoranze funebri con quelle delle famiglie: all’origine di questo nuovo atto normativo c’è un fenomeno culturale più profondo. «Siamo ancora nella fase di quella che gli esperti chiamano “rimozione della morte” – spiega Della Pietra –, un processo culturale secondo cui, da almeno 200-300 anni, della morte non si deve parlare. La morte, si ritiene, deve stare al di fuori del contesto pubblico, non è mai un fatto comunitario ma una questione individuale». Una rimozione che «crea seri problemi alla fede innanzitutto, e alla celebrazione liturgica poi». Ne conseguono situazioni concrete con cui i parroci si confrontano ogni giorno: famiglie che non vogliono notificare pubblicamente la morte del proprio caro, o che rifiutano quegli elementi simbolici, comunitari e rituali che segnano il passaggio “alla vita eterna”.

Mons. Loris Della Pietra

Uno dei punti più delicati riguarda la cremazione e la destinazione delle ceneri. La Chiesa non si oppone alla cremazione, ma non consente la conservazione domestica, la dispersione, la trasformazione in oggetti come anelli o orecchini. Le ragioni? La prima riguarda la dignità del corpo, che, come ricorda mons. Della Pietra, «è stato tempio dello Spirito Santo, abitazione di Dio nella vita terrena». La seconda ragione è comunitaria: «conservare le ceneri in casa genera una visione privata e privatizzata della morte: impedisce a chiunque di portare una candela, un fiore, una presenza su una tomba». Disperdere le ceneri in natura, inoltre, porta in sé il rischio di una lettura panteistica del corpo del defunto, che «ora riposa in Dio, non è abbandonato al nulla. Questa è la fede della Chiesa». In questi casi il nuovo decreto autorizza i preti a rifiutare le esequie cristiane.

Prima di giungere a questo punto, vale la pena ricordare la pluralità di forme esequiali con cui si può celebrare l’ultimo saluto terreno: la Santa Messa, la Liturgia della Parola e, in casi estremi, una semplice benedizione. Quest’ultima, sottolinea Della Pietra, dovrebbe essere «davvero l’ultima possibilità», perché «sarebbe alquanto triste chiudere un’esistenza da credenti nella povertà simbolica, nella povertà di parole, di gesti, anche di presenza della comunità cristiana».

Una novità significativa riguarda, infine, l’apertura a una nuova ministerialità laicale: in caso di cremazione, fedeli laici opportunamente formati potranno, previa autorizzazione vescovile, guidare il momento di preghiera per la deposizione dell’urna al cimitero. «Il rituale prevede un piccolo momento di preghiera, un breve brano biblico e una preghiera», spiega Della Pietra, riconoscendo peraltro la difficoltà crescente per i sacerdoti di essere presenti su tutti i fronti.

G.L.

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