Il 26 luglio 1866 l’esercito del Regno d’Italia fece il suo ingresso a Udine che entrò così nello Stato unitario italiano. A raccontare, a distanza di 160 anni, quell’illustre passato fatto di militanza, di lotta e impegno politico, sono i dipinti, gli stemmi e le stampe, ma anche le cartoline, le fotografie e le oleografie dell’epoca. Sono alcune delle opere protagoniste della mostra “1866-2026. Restauri per riscoprire l’arte della libertà” che i Civici Musei di Udine propongono fino a domenica 13 settembre in Castello. Un’esposizione che «nasce dall’esigenza di far conoscere al pubblico una serie di beni del Museo del Risorgimento molto diversi tra di loro con profondi significati politici e una grande valenza storica e artistica. Molto spesso sono pezzi unici, manufatti creati come unicum», spiega il curatore, Fabio Franz.
I depositi del Castello custodiscono tantissime opere d’arte che non trovano al momento spazi e una sede per essere esposte. La genesi della mostra si trova proprio in questo labirinto di stanze inaccessibili al pubblico, ma ancora oggi in grado di raccontare una pagina importante della storia del Friuli.
«Questi beni non erano visibili al pubblico almeno dal terremoto del 1976 che ha profondamente danneggiato il castello di Udine e le collezioni del Museo del Risorgimento – racconta Franz –. Quindi noi avevamo l’urgenza, il desiderio fortissimo di salvare questi capolavori che nel corso del tempo si erano deteriorati a causa dei vari spostamenti, prima in concomitanza con le due guerre mondiali e, 50 anni fa, a causa del sisma. Grazie alla sinergia tra diversi enti, unita alla professionalità di restauratrici che rappresentano delle eccellenze del territorio del Friuli storico, abbiamo potuto salvare queste opere e ora ve le possiamo mostrare in attesa che un giorno siano esposte nel percorso permanente del Museo del Risorgimento».
Il lungo lavoro di restauro è stato finanziato dalla Regione, con il cofinanziamento della Fondazione Friuli nell’ambito del Bando Restauro 2025 e con i fondi 2025 dei Civici Musei di Udine. Al tutto hanno contribuito anche alcuni mecenati privati con delle elargizioni.
«Alcuni manufatti sono di grande valore artistico e raccontano diversi aspetti del Risorgimento – spiega il curatore -, cioè del complicato ma bellissimo periodo che ha visto il Friuli come protagonista e che va dall’arrivo di Napoleone in regione fino alla Prima Guerra Mondiale. Le opere, poi, non sono raccontate in ordine cronologico, ma raggruppate in sezioni tematiche che parlano di quanto le attiviste e gli attivisti del Risorgimento fossero disposti a combattere, lottare, ma anche a emigrare e addirittura morire per i loro ideali».
«La gran parte delle collezioni del museo proviene dalla Società friulana dei reduci e dei veterani, cioè di coloro che volevano tramandare le azioni, le istanze politiche e avere un ruolo attivo nella società udinese dopo il 1866 – svela il curatore –. Un collezionista vicentino con un’enorme e prestigiosa collezione di oggetti d’arte e documenti del Risorgimento, Gabriele Fantoni, successivamente donò la sua raccolta al museo. Il patrimonio si è ulteriormente arricchito nei decenni successivi grazie alle donazioni e ai depositi».
Un altro degli aspetti più interessanti della mostra è legato proprio al concetto di restauro e al suo potenziale. Grazie al recupero del “Ritratto del generale von Culoz”, tradizionalmente attribuito alla figlia del militare asburgico, si è scoperto che l’opera porta invece una firma che sembra mettere in dubbio l’attribuzione. «Le restauratrici sono Valeria Pedroni – spiega Franz – che si è occupata del restauro delle opere su carta, Roberta Righini, che invece ha lavorato su due dipinti. Diana Garlatti in coordinamento con un’équipe è intervenuta su nove altre opere, mentre Teresa Pitton ha curato il restauro di altre due opere su carta. Grazie alla loro professionalità è stato possibile scoprire nuove firme che prima non erano leggibili e date, informazioni a volte in conflitto con quelle che avevamo finora. Anche per questo – aggiunge Franz – abbiamo pensato di permettere ai visitatori di approfondire alcuni aspetti con un linguaggio accessibile a tutti per comprendere quanto complesse e affascinanti sono tutte le tecniche che hanno permesso alle professioniste di salvare e restituire a tutti noi questi beni di grande importanza».
Marta Rizzi















