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«Un amico che va, eppure ci resta compagno». Folla e commozione ai funerali di mons. Corgnali. L’omelia dell’Arcivescovo

«Un amico che va, lasciando un vuoto profondo, ma anche un amico che ci resta compagno». Così l’Arcivescovo di Udine mons. Andrea Bruno Mazzocato, citando un frammento del testamento spirituale di mons. Duilio Corgnali nell’omelia delle esequie dell’amato sacerdote, celebrate oggi in un duomo gremito a Tarcento.

Mons. Corgnali «ha voluto spendere la propria vita e il proprio ministero per la Chiesa, per la sua terra e per le persone a lui affidate», ha sottolineato mons. Mazzocato ricordando alcuni momenti personali condivisi di recente con don Duilio e la straordinaria «serenità e forza d’animo» dimostrate dal sacerdote fin negli ultimi giorni del suo calvario. Riportiamo qui il testo integrale dell’omelia dell’Arcivescovo.

 

Cari fratelli e sorelle,

mons. Duilio Corgnali ci ha lasciato un testamento che ha steso lungo gli anni con successive aggiunte. Leggendolo mi è rimasto impresso l’invito che ci rivolge per il suo funerale: «Il funerale sia anche festa per un amico che va… eppure ci resta compagno». In questa Santa Messa di esequie vogliamo corrispondere al suo desiderio.

Certamente tutti sentiamo che don Duilio è “un amico che va”; un amico che, in modo inatteso e rapido, abbandona la nostra compagnia su questa terra lasciando un vuoto profondo nei cuori come tante persone hanno testimoniato in questi giorni. Forse non ci è proprio facile fare festa per questa sua partenza perché prevalgono il dolore e le lacrime; però sono lacrime serene, è stata una grazia aver avuto don Duilio come compagno di strada per un tratto più o meno lungo. Sono lacrime di riconoscenza per tutto ciò che ha donato personalmente ad ognuno di noi, alle comunità di cui è stato pastore, alla sua amata Chiesa diocesana e al suo, ugualmente amato, Friuli.

I nostri miopi occhi umani riescono a vedere nella morte di don Duilio solo un amico che se ne va e che ci è strappato per sempre.  Egli, però ci lascia anche altre parole: «eppure ci resta compagno». Per capire il significato profondo di queste sue parole abbiamo bisogno della luce della fede e della speranza cristiana che penetra oltre l’oscurità della morte. Illuminati da questa luce possiamo riconoscere che in questa Santa Messa di esequie, che stiamo celebrando per lui, don Duilio ci è compagno in comunione viva e vera con noi. La nostra preghiera non è la commemorazione, pur nobile e affettuosa, di un amico che non c’è più.  Noi cristiani abbiamo la grazia di una luce soprannaturale che ci permette di credere e di sperare che ora, tra Maria, i santi e i nostri cari defunti, nella comunione con Gesù risorto abbia trovato il suo posto anche don Duilio. E perché riceva questa grazia eterna supplichiamo la misericordia di Dio. È questa la preghiera di suffragio che offriamo per lui qui, nel suo duomo, come abbiamo fatto intensamente nei giorni scorsi. È un preziosissimo dono e un segno di amore e di riconoscenza di cui egli ci è e ci sarà sempre riconoscente.

La preghiera per un nostro caro defunto è come una testimonianza che vogliamo dare a Dio Padre in suo favore. Vogliamo quasi garantire che, da come l’abbiamo conosciuto, don Duilio merita di essere accolto nell’abbraccio della divina Misericordia perché è stato un sacerdote che, pur con i limiti e i difetti di ogni uomo, ha voluto spendere la propria vita e il proprio ministero per la Chiesa, per la sua terra e per le persone a lui affidate.

Ce lo confessa lui stesso nel suo testamento. Dalle sue parole, assolutamente sincere come può essere un testamento, traspare dietro quello che lui definisce “un caratteraccio” un cuore tenero fino alla commozione, capace di amare intensamente i fratelli e di soffrire con loro e per loro. Traspare una fede robusta che è stata l’anima del suo ministero sacerdotale. Animato da questa fede don Duilio rivela di aver vissuto il suo sacerdozio come una vocazione autenticamente missionaria; dedicata, cioè, all’annuncio del Vangelo e al servizio della verità a qualunque costo. La sua ordinazione sacerdotale è stata per lui una consacrazione totale e appassionata alla Chiesa e alla sua Chiesa con le sue gioie e i suoi dolori. Una simile passione l’ha vissuta per il suo Friuli, incarnandosi nella sua cultura e nelle sue prove, come quella severa del terremoto.

Queste virtù di don Duilio, che ho colto tra le righe del suo testamento, le ho viste vissute da lui anche nei giorni del suo ultimo calvario. Mi permetto di accennare a due piccole testimonianze personali. Mi ha subito colpito la serenità e la forza d’animo con cui affrontava in piena coscienza la sua malattia mortale. Nella prima visita che gli ho fatto in ospedale mi ha accolto dicendomi: “Ora è tempo di dire “Nunc dimittis servum tuum Domine” (“Ora lascia che il tuo servo vada in pace”). È la preghiera del vecchio Simeone quando ha tra le braccia il piccolo Gesù. E mi aggiungeva: «Questa preghiera mi sale spontanea dal profondo di me stesso». Allora ho intuito quanto radicata in lui fosse la fede e come la fede fosse la sorgente della sua serenità di fronte alla morte.

Una seconda testimonianza l’ho ricevuta durante la celebrazione della cresima che abbiamo concelebrato nella mia recente visita pastorale e che è stata una delle sue ultime Sante Messe.

Guardando, accanto a me, questo duomo affollato di giovani e di famiglie, commosso mi ha detto: «Che soddisfazione vedere qui tutta questa gente. Magari fosse sempre così!». Mi è rimasta dentro la sua commozione che mi svelava il suo cuore di buon pastore che palpitava con il cuore di Gesù; che godeva quando vedeva riunite le sue pecore e soffriva quando le vedeva allontanarsi.

Per queste virtù che mi sembra di aver colto in don Duilio possiamo con viva speranza raccomandarlo a Dio Padre e domandare a Gesù risorto che lo accompagni al posto che per lui ha preparato fin dalla creazione del mondo.

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