Concorso 50° terremoto

40 – Un giro di lancetta

Sto giocando a Jenga con mio figlio, è un momento tranquillo. Osservo le sue mani estrarre uno dei pezzi di legno con troppa veemenza, e questo fa cadere la piccola torre. Ho freddo.
Friuli-Venezia Giulia, ore 20:58 del 6 maggio 1976.

Sono nella mia cameretta, ho dieci anni. Il poster di Gaetano Scirea attaccato alla parete mi protegge dagli incubi. Sono quasi le nove di sera e non riesco a dormire.

Al polso porto l’orologio ereditato dal nonno: è elegante, forse troppo per la scuola elementare che frequento. Mi piace, ha ancora addosso l’odore della sua acqua di colonia. Nemmeno il pigiama riesce a sciogliere le mie spalle, ancora contratte. Una larga trapunta mi protegge dalla brezza gelida proveniente dalla finestra aperta in cucina. Papà starà facendo l’ultimo tiro di pipa prima di raggiungere la mamma in camera da letto. Matilde è andata a dormire da un’amica, anche se tutti sappiamo che in realtà è a casa di Enea. Voglio bene a Matilde, è in gamba. Peccato che litighiamo spesso, dovremmo volerci bene. Ogni tanto provo a dimostrarle il mio affetto, tuttavia lei ne resta nauseata quasi quanto me. Forse sono sbagliato io, forse non sono abbastanza grande per capire.
Trovo riparo nel paese delle ombre della mia stanzetta. Vedo uomini alti e magri danzare una lenta ballata, protetti dal possente armadio vicino alla porta. Prima mi facevano paura, ora ho capito che sono innocui. Magari un giorno mi chiameranno a divertirmi con loro. Sono gentili, mi fanno compagnia.

D’un tratto però scappano, lasciandomi tutto solo. Il letto comincia a tremare, come se qualcuno avesse messo le chiavi e acceso il motore senza preavviso. Il comodino alla mia destra si scaraventa al suolo, disperato per il pianto vibrante della finestra accanto a lui.

Guardo l’orologio: la lancetta dei secondi sembra correre più lenta, in affanno dopo una giornata intera di movimento. La mamma urla, ma io non ho fatto nulla di male.

Mentre vado verso l’uscita la porta tenta di abbracciarmi; mi manca di qualche centimetro. Papà non è più in cucina, anche se la pipa giace distesa su una delle piastrelle ambrate. Ha spento la luce, non la radio.

Non riesco a camminare, l’emicrania del pavimento continua a rispedirmi disteso contro il frigorifero. I miei occhi iniziano a roteare nella confusione generale. Mi nascondo dietro al tavolo, riverso sul fianco. Una pioggia di bicchieri tenta di bagnarmi, ma la schiena legnosa del tavolo protegge la mia. Ho la gola secca, arsa dalla saliva. Lo stormire delle foglie nel cortile rimbomba in tutta la casa, come il pianto di un neonato. Sento una mano afferrarmi la spalla e tirarmi via di lì.

Sono felice di vedere papà, gli sorrido. Lui non ricambia, comincia ad aprire la bocca e muoverla senza parlare. Lo abbraccio, credo ne abbia bisogno. Mi avvinghio al suo collo, le spalle sono troppo larghe. Avverto l’asfalto farmi il solletico ai piedi. È tornato il freddo.

Sento degli occhi appoggiati sulle scapole. Mi volto e vedo la mamma. Le corro incontro rischiando di inciampare sul gradino del marciapiede. Lei mi prende al volo restituendo l’abbraccio di papà.

Ora siamo entrambi seduti, con una coperta di lana color fragola sulle spalle. Papà esce di casa senza dire una parola. Dietro di noi il campanile fa un inchino alla piazza, senza rialzarsi più.

Una volta preso in braccio ci incamminiamo tutti insieme. Veniamo accolti dal canto di un giovane assiuolo, accovacciato sulla carcassa di un ramo spezzato. Mi sento come parte dell’albero di Natale, circondato da un centinaio di luci diverse tra loro. Un lampione si è accomodato sopra uno dei tavoli della pizzeria. Non c’è nessuno a prendere la sua ordinazione.

Incontriamo tutti in cortile, disorientati come noi. Chi in pigiama, chi con l’elmetto color girasole sopra al capo. Continuo a chiedermi chi stiamo aspettando a quell’ora della notte. Matilde ed Enea ci raggiungono. Né la mamma né il papà si scompongono, anzi, li abbracciano entrambi. A volte non capisco cosa gli passi per la testa. Se n’è andato solo un giro di lancetta e nulla sembra più avere un senso.

Torno con lo sguardo ai frammenti di legno. Mio figlio mi chiama per la terza volta e finalmente mi risveglio. Vedo i suoi occhi impauriti, capisco di essermi mostrato debole, forse troppo. Gli dico che va tutto bene, ho solo un po’ di sonno. Capisce che sto mentendo, è abbastanza intelligente per accorgersene, ma al contempo sufficientemente furbo da far finta di nulla. Finché a tremare sono io e non la terra non c’è motivo di preoccuparsi.

 

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