Mannaggia a quel tizio che ha commentato così maleducatamente la notizia che ho condiviso su Facebook! Ora gliene scrivo quattro! O cinque… o dieci. Poco importa. Gli effetti “fangosi” di reazioni di questo tipo sono sotto gli occhi di tutti noi appena si accede a Instagram o Facebook. Ma succede anche nei gruppi WhatsApp. Che fatica, abitare questi mondi. E comunque ben venga la fatica: significa che si avverte una difficoltà di relazione – anche spirituale – che è il caso di affrontare. Ne ha parlato lunedì 11 maggio alla SPES (la scuola sociopolitica diocesana) il presbitero torinese don Luca Peyron, membro del Comitato “IA for industry” di Torino e responsabile dell’ambito della Cultura tecnico-scientifica dell’Arcidiocesi di Torino. «Il primo aspetto è rendersi conto che è quello digitale è un ambiente e la sua “aria”, volenti o nolenti, la respiriamo», ci ha rivelato don Peyron. «Noi e coloro che ci vivono attorno siamo in quel mondo; quindi, siamo legati alla cultura che si respira là dentro. Faccio un esempio molto semplice: il dibattito politico è ridotto a frasette veloci in cui non c’è dialogo sui contenuti. È il tipico modo di fruire di un social media. Un ambiente del genere torna “abitabile” se lo usiamo per alimentare relazioni autentiche, che sono come l’ossigeno. Altrimenti il rischio è che le relazioni siano pilotate da un algoritmo.»
Don Peyron, a proposito di algoritmi: si discute da tempo sul ruolo delle piattaforme digitali nel disinnescare eventuali conflitti, agendo su parole di odio, cyberbullismo, eccetera. Ha senso chiedere che siano le piattaforme ad agire?
«Ingaggiare le piattaforme nella responsabilità sociale è necessario e doveroso. Il problema però sta a monte: le piattaforme sono costruite per creare una dipendenza che nasce da qualcosa che suscita la parte negativa di noi. Un “peccato originale”. Questo è il vulnus delle piattaforme in sé: farti stare in una bolla che impedisce di avere un orizzonte più ampio rispetto al proprio pensiero e, in qualche modo, fa pensare di essere sempre dalla parte giusta.»
Gli algoritmi spesso premiano i contenuti più estremi e violenti. Per questo sono più visibili…
«Il “dissing”, cioè il dialogo violento, è un altro aspetto sicuramente negativo, che tuttavia fa girare meglio gli algoritmi. È semplicemente la trasposizione in digitale della cronaca nera e della cronaca rosa che “tirano” più delle buone notizie. Il grande danno è che tutto questo tocca soprattutto i più piccoli che non hanno ancora sviluppato un certo senso critico.»

Qual è il primo passo “spirituale” per scardinare la logica del conflitto – anche on-line – e trasformare un potenziale scontro in un’occasione di confronto costruttivo?
«Credo che il primo elemento sia assumersi l’onere e l’onore dell’adultità. Molto spesso mi viene chiesto di dire queste cose ai giovani… però il problema sui social non sono i giovani, ma gli adulti! Sono loro che non sanno usare questo mezzo e lo usano nel modo peggiore possibile. Credo che dal punto di vista spirituale la prima cosa importante da fare sia leggere la data scritta sulla nostra carta d’identità davanti a un tabernacolo e renderci conto che una nostra adolescenza prolungata fa sì che i nostri adolescenti non diventeranno mai adulti.»
Da adulti: come possiamo allenare lo sguardo per scorgere la “persona” dietro il “profilo”, rendendo lo spazio digitale un luogo di prossimità reale e non di distanza ostile?
«Credo che l’orizzonte di senso più significativo sia quello della verità e della libertà. Per essere veri e per essere liberi abbiamo bisogno di tempo e di silenzio. Molto spesso facciamo riferimento ai valori che abbiamo perduto, che sono importanti, eccetera. I valori hanno un valore, cioè costano; se una cosa non costa niente, non ha valore. Il costo di una società diversa è darsi il tempo per pensare a una risposta, per avere un silenzio. Serve spegnere i device (i dispositivi tecnologici) e stare anche con noi stessi. Per un numero sempre maggiore di persone questo è diventato insopportabile, invece è l’inizio di qualunque tipo di relazione autentica: sapere chi siamo, con pregi e difetti, senza esagerare e senza rimpicciolire. Il mondo dello sport, con giovani italiani che vincono in tutte le discipline, è un bellissimo esempio.»
“Chi è fedele nel poco, lo è anche nel molto”, dice il Vangelo. Un buon utilizzo dei social media può aiutarci a compiere passi di pace anche off-line?
«Le due cose coesistono, non c’è più differenza tra on-line e off-line, esiste un’unica realtà che è fatta dei due elementi. Continuare a immaginare che l’on-line sia il luogo in cui diamo sfogo al peggio di noi perché non riusciamo a farlo off-line è una pia intenzione che di pio non ha proprio niente. E non è vera, non è fattibile. Io credo che dobbiamo renderci conto, dall’alba al tramonto e ovunque ci troviamo, che l’altro da noi è la nostra più grande ricchezza. Una ricchezza che non deve essere sfruttata, ma che, nella relazione, permette a me di diventare autenticamente umano. Come nell’intelligenza artificiale: rapportarsi con una macchina non ci umanizza, l’unica cosa che ci fa diventare pienamente noi stessi, gioiosamente e felicemente umani, è un altro umano che interagisce con le mie fragilità e i miei desideri.»
A proposito di intelligenza artificiale, oggi moltissimi adolescenti “le chiedono” ciò che evidentemente non riescono a trovare nelle relazioni reali. Come possiamo intercettare questo bisogno di ascolto?
«È un dato di fatto. Una ricerca recente ci dice che il 41,8% dei nostri adolescenti chiede consigli o addirittura si sfoga con un’intelligenza artificiale (Save The Children, novembre 2025, ndr). Questo significa che non trovano adulti significativi, ma non trovano neanche dei “pari”, loro coetanei, con cui parlare.»
Perché succede questo?
«Una delle grandi questioni riguarda la capacità di stare nell’attrito e nella fatica. Le macchine sono costruite per toglierci fatiche… ma anche per manipolare il pensiero. Diverse ricerche recenti lo dimostrano ampiamente.»
L’intervista completa con don Luca Peyron, a firma di Giovanni Lesa, si può leggere nell’edizione de La Vita Cattolica del 13 maggio.














