Abbiamo da poco ricordato il cinquantesimo anniversario del terremoto del 1976 e, assieme allo sgomento per la sofferenza straziante di quegli avvenimenti, ci sono state offerte tante belle testimonianze di altruismo, di solidarietà, di “com-passione”, che allora come oggi hanno saputo portare luce, speranza e forza per ricominciare.
Con questa suggestione parliamo oggi del volontariato di prossimità, un volontariato che si caratterizza per l’incontro con la persona, il senso di vicinanza e di aiuto immediato. Un volontariato che trova il suo senso e ragione di essere nell’incontro personale, nel toccare la carne, incrociare lo sguardo, condividere il cammino e la storia tenendo in considerazione tutta quella gamma di esperienze racchiuse nell’essere prossimo a qualcuno.
Il volontario di prossimità non è interpellato dai “problemi sociali”, dagli aspetti organizzativi e gestionali, pur importanti, ma dal volto dell’altro. Ne riconosce le ferite e da queste ferite non si discosta, ma vi si avvicina per farsene carico: la fragilità dell’altro lo riguarda, lo tocca, lo ferisce.
E questa apertura relazionale, lungi dall’essere un mero atteggiamento etico e morale, va a toccare le fibre più profonde dell’uomo e della donna, coinvolgendone la struttura antropologica. Ne parla in maniera bellissima la Gaudim et spes al n. 24. Un testo poi citato da Giovanni Paolo II nella Lettera alle famiglie del 1994, che così commenta:
Nell’affermare che l’uomo è l’unica creatura sulla terra voluta da Dio per sé stessa, il Concilio aggiunge subito che egli non può «ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé». Potrebbe sembrare una contraddizione, ma non lo è affatto. È, piuttosto, il grande e meraviglioso paradosso dell’esistenza umana: un’esistenza chiamata a servire la verità nell’amore. L’amore fa sì che l’uomo si realizzi attraverso il dono sincero di sé: amare significa dare e ricevere quanto non si può né comperare né vendere, ma solo liberamente e reciprocamente elargire.
Fa venire le vertigini! Se non ci apriamo al dono di noi stessi non ci ritroveremo mai pienamente, la nostra vita sarà alla continua ricerca di riempire un vuoto che solo l’incontro con l’altro in tutta la sua fragilità, e il dono di noi stessi può colmare.
Certamente questa esperienza non è appannaggio unico dei “volontari”, ma di ogni uomo e donna che si lasciano ammaestrare dalla vita e, in famiglia, nella propria comunità, nella scuola, nel lavoro, vivono rapporti autentici di prossimità e di aiuto. Eppure, l’esperienza organizzata e strutturata del volontariato è portatrice di specifici aspetti umani, sociali ed ecclesiali.
Decidere di impegnarsi per un servizio di prossimità e di aiuto, stabilire tempi, luoghi e modalità del proprio impegno, fa sì che l’esperienza abbia un maggiore impatto di consapevolezza di riflessione. Dire il proprio sì! Incarnarlo con scelte concrete, pur proporzionali alle proprie capacità. Questo diventa scuola di vita, lasciando, soprattutto in un giovane, un segno indelebile e importante, nella costruzione della propria personalità.
Vi è poi una dimensione sociale e comunitaria. Siamo tutti avvolti e condizionati da un clima di individualismo e solitudine. Il volontariato crea invece un senso di appartenenza, di comunità, pone le basi per una nuova società. Mi ricordo di un giovane volontario del Dinsi una Man che diceva: qui mi sento al posto giusto, non ho bisogno di maschere, vivo una comunione che ha il senso di casa.
Ed infine la dimensione ecclesiale: Il volontariato diventa segno e costante interpello ad una Comunità cristiana. Se non ci accorgiamo dei poveri, se nella nostra catechesi e nei percorsi e progetti pastorali non facciamo, e facciamo fare, esperienza di incontro con la fragilità, perdiamo la nostra immagine. I giovani hanno diritto di fare esperienza di dono. Solo così possono scoprire la propria immagine profonda, la propria vocazione: essere icone della Trinità, del mistero di dono e amore. Ed è nostro dovere offrire loro questa opportunità: ne va della loro realizzazione come persone.
Cari giovani, fare l’esperienza del volontariato è una cosa bellissima! È vero, solo nel dono di sé l’uomo ritrova pienamente sé stesso! E allora, non lasciateci in pace. Insistete perché vi aiutiamo e vi accompagniamo in questa straordinaria avventura che è “imparare a donarsi”.
Francesco Cojaniz
Piccolo Cottolengo Don Orione














