L'editoriale

Maturità, basta riforme

Mentre esami e altre procedure di fine periodo ci avvicinano all’istante in cui un altro anno scolastico andrà in soffitta, è quanto mai opportuno approfittare del momento per chiedersi dove stanno andando la scuola regionale e la scuola italiana, a partire soprattutto da alcune novità recentemente introdotte o oggetto di discussione. Tre sono – tra i tanti possibili – i temi che sollecitano in questo frangente la mia attenzione: l’esame di maturità, la riforma dei tecnici e l’Intelligenza artificiale (Ia).
Novità alle superiori. L’esame finale della secondaria di secondo grado cambia pelle riacquistando in realtà un sapore antico: non solo dal punto di vista terminologico, tornando a chiamarsi appunto esame “di maturità” proprio come lo abbiamo denominato per decenni; ma anche per certi versi nella struttura (commissione più smilza, colloquio non più su tutte le discipline ma solo su quattro, due affidate ai commissari interni, due agli esterni, tutte già rese note a gennaio). L’unica cosa che mi pare sensato auspicare in questo momento è che questa svolta non abbia l’ennesima natura sperimentale. Un esame vero implica una preparazione vera, chiarezza nell’approccio e nelle scelte didattiche che stanno a monte. Se vuoi puntare sull’interdisciplinarietà il terreno va preparato; se invece ritieni di puntare solo sulle conoscenze disciplinari o sulla valorizzazione delle competenze o, che so io, delle attività extrascolastiche devi fare altrettanto. Altrimenti si crea solo confusione. Per cui, se l’esame ha da essere così, che resti tale almeno per vent’anni!

A mio parere non si dovrebbero tarare le scelte didattiche in itinere sull’atto finale e conclusivo, ma si dovrebbe fare proprio l’inverso. Però, in assenza di riforme strutturali, che non riguardino dunque solo i “programmi”, almeno facciamo in modo che l’esame non cambi ad ogni cambio di ministro o di governo.

Un’ultima cosa su questo primo punto: io credo che in passato abbiamo fatto bene a superare l’espressione (oggi riproposta) “esame di maturità”, perché resta per me ancora un mistero come possa una commissione composta prevalentemente da esterni valutare seriamente la maturità (nel senso più ampio che il termine può assumere) di uno studente di cui analizza due o tre prove e che vede all’opera per qualche ora. Ne valuterà alcune conoscenze, certo, alcune competenze o abilità, ma come farà a valutarne (nel senso di dare valore a) l’effettiva “maturità”, umana, sociale, intellettuale, culturale, civica etc.?

Sulla cosiddetta “riforma dei tecnici” vado veloce. È tema di forte dibattito e di contrasti di natura anche sindacale. Ma a me interessa, non essendo particolarmente competente in materia, per un altro aspetto: la sensazione è che con questa riforma, partendo dal dato di fatto che l’attuale formazione tecnico-professionale non prepara adeguatamente studenti e studentesse all’ingresso nel mondo del lavoro, si intenda, riducendo il peso delle discipline che producono cultura e cittadinanza, trasformare la scuola in un cantiere di tirocinio permanente. Con un approccio più aziendalista che educativo. Se è vero infatti – come a ogni piè sospinto ribadiscono le rappresentanze di categoria – che le scuole tecnico-professionali sfornano allievi e allieve ancora poco preparati ad affrontare la complessità e l’innovatività permanente dell’attuale mondo del lavoro, questo non significa che per rincorrere un’adeguatezza che non sarà mai piena si debba retrocedere su quelle funzioni culturali più larghe che al ragazzo e alla ragazza contribuiscono a dare identità, personalità, cittadinanza e spessore intellettuale.

Terzo punto: l’intelligenza artificiale. In questi ultimi mesi la scuola, soprattutto la secondaria, è stata travolta da un’offerta formativa mirata su questo tema come non se ne vedevano da anni. È un dato positivo: le occasioni per imparare ad orientarsi, conoscere, acquisire competenze, sperimentare opzioni didattiche in relazione ad un mondo avvincente e complesso come quello che ruota attorno all’introduzione dell’intelligenza artificiale nei processi formativi sono una cosa buona. Meglio averne che non averne.

Eppure la sensazione istintiva di un dinosauro come il sottoscritto è che l’ennesima rivoluzione industriale, che passa in generale attraverso l’implementazione dell’IA nei processi produttivi, genererà un upgrade singolare nel mondo della scuola: se da un lato gli insegnanti potranno arricchire la loro didattica con strumenti di sicuro e positivo impatto (le mille piattaforme al momento disponibili sono un paese di bengodi per chi voglia frequentarle con curiosità e spirito di innovazione), dall’altro sono strumenti pensati soprattutto per aumentare la produttività del lavoro e quindi, nella società del “lavoro totale”, un’occupazione progressiva del tempo della vita col tempo del lavoro. I modelli umani oggi considerati vincenti, quelli che percepiscono le pause come uno “spreco da giustificare” e il tempo come qualcosa che “ha senso solo se viene utilizzato” – come annota in un recente articolo su “la Repubblica” Gianrico Carofiglio – dimenticano che la cultura sorge “non dai momenti in cui l’essere umano esegue e produce, ma dai momenti in cui si ferma e si guarda attorno”. E che “non si vive per lavorare; si lavora per avere tempo di vivere”. Osservazioni che danno da pensare…

Alcuni effetti – ahimè! – negativi dell’introduzione dell’IA a scuola comunque già si vedono: sono sempre meno infatti gli insegnanti che affidano compiti scritti per casa a studenti e studentesse, riducendo così il valore di un esercizio fondamentale come quello della scrittura. Con effetti di lungo periodo che è difficile valutare al momento, ma che proprio rassicuranti non paiono.

Luca De Clara

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