Recentemente, quotidiani nazionali (come «La Repubblica») e regionali (come «Il Piccolo»), hanno riportato il dibattito – con contrastanti posizioni di soggetti politici e di voci culturalmente impegnate – emerso attorno alla proposta, partita da Gorizia e presentata come “bi-partisan”, di candidare il pensiero di Franco Basaglia a patrimonio immateriale dell’Unesco. Primo fra tutti nel dibattito è intervenuto l’Archivio Basaglia, che, con la voce di Alberta – figlia di Franco –, annuncia un chiaro “no” ad un intervento definito di “monumentalizzazione”.
Nel 2024, in occasione del centenario della nascita di Basaglia, l’associazione Arum aps di Udine invitò alcune persone (tra queste anche la giornalista de «la Vita Cattolica», Anna Piuzzi che ne diede poi conto sull’edizione del 30 ottobre), ad un incontro tenutosi proprio nell’archivio veneziano e alla successiva visita all’isola di san Michele dove si trova la tomba di famiglia dei Basaglia. Abbiamo vissuto, in un momento indimenticabile, pensieri ed emozioni intime e condivise. In quella giornata lo spirito vitale fu la costante dimensione percepita in gruppo, come se portassimo tra le mani fili di aquiloni che correvano nel cielo di Venezia, come gli aquiloni che Romain Gary chiama, nel suo omonimo racconto, “gnamas”: parola bantu che definisce tutto ciò che ha un alito di vita.
La giornata all’Archivio Basaglia ci ha fatto dunque tronare alle nostre radici di impegno professionale e civile, abbiamo sfiorato l’imponente opera di archiviazione delle fonti di un patrimonio che trascende i confini regionali e nazionali. Un dialogo a più voci con Alberta Basaglia, la nostra guida, ci ha permesso di capire come esista e vada mantenuto vivo l’Archivio Basaglia, innervato delle tracce del pensiero mai disgiunto dalle pratiche, non isolato dalla realtà del presente.
Sia chiaro, nessun dubbio sul valore dell’Unesco, per i processi di patrimonializzazione rivolti alla tutela di saperi e oggetti culturali e naturali, ma la proposta avanzata, rivolta al pensiero di Basaglia, solleva un altro problema, una preoccupazione che in questi tempi “incerti e sempre più penalizzati” dobbiamo considerare.
Il riconoscimento che si propone diventa un’opera di “monumentalizzazione”, termine con cui inizia l’intervista di Sara Scarafia a Alberta Basaglia (su «La Repubblica» del 26 giugno 2026), perché avviene in una stagione dove le parole e i gesti di cura – non solo nel campo della salute mentale, ma nella convivenza sociale –, evidenziano ferite profonde etiche e culturali. Se proponiamo “una santificazione” di Basaglia, come possiamo al contempo essere tra coloro che contribuiscono a demolire le buone pratiche di salute mentale territoriale, impoverendo i servizi nati dalla celebrata chiusura del manicomio? Come è possibile sostenere la celebrazione di Basaglia se, in alcune occasioni pubbliche, viene definita un’epoca chiusa, e si invoca un’innovazione necessaria nel campo della salute mentale? Soprattutto, di quale innovazione si parla? È attualmente in discussione in Parlamento, una revisione della legge 180 (mi riferisco al ddl Zaffini 1179) che porta con sé previsioni fortemente istituzionalizzanti. Si stanno riproponendo, come novità, “saperi scientisti” che fanno riferimento alla malattia mentale essenzialmente come oggetto di studio, di ricerca, di terapia. Di fronte a tutto questo, il pensiero di Basaglia ha urgente bisogno di essere riconosciuto e attualizzato. Oggi quindi è necessario un dibattito sulle pratiche psichiatriche, sulle inadeguate risorse destinate ai servizi di salute mentale, sulla “centralità del malato, non della malattia”, sull’orizzonte ampio di saperi e pratiche che entrano in gioco nella relazione di cura. Basaglia Franco e Franca non vanno ricordati perché in passato hanno chiuso l’istituzione manicomiale, vanno attualizzati per il loro pensiero critico rivolto a tutte le istituzioni totali, per la difesa delle persone a cui sono stati tolti ingiustamente i diritti, per la soggettivazione dei percorsi di cura. Ci hanno insegnato che la persona, al centro di una relazione di cura, richiede un aiuto per la sua capacitazione, evitando ogni forma di sudditanza paternalistica; hanno dato forza operativa al contesto di riferimento, ai suoi determinanti sociali di salute, valorizzando le risorse e le istanze partecipative.
Nel 2028 ricorderemo il centenario della nascita di Franca Ongaro Basaglia: un’occasione per conoscere o richiamare alla memoria un pensiero potente, che ci appartiene quando affrontiamo nei nostri contesti sociali e lavorativi, un’analisi a più voci, quotidiana e radicale, di ciò che è “praticamente vero”, nel campo della salute mentale, e in tutte le realtà di istituzionalizzazione dell’altro, come risposta al suo essere portatore di disagio e di differenza.
Maria Angela Bertoni
medica psichiatra















