L'editoriale

40 anni di mobilitazione

In Italia, solo nel 1972 fu riconosciuto, a quanti rifiutassero la leva obbligatoria, di svolgere un Servizio Civile sostitutivo: durava otto mesi in più e veniva svolto presso enti di Servizio Civile convenzionati con il Ministero della Difesa, ma sempre sottoposti all’amministrazione militare. Nel 1977 la Caritas siglò una convenzione con il Ministero della Difesa, diventando così uno degli enti di Servizio Civile. Un punto di svolta era stato il Convegno ecclesiale «Evangelizzazione e promozione umana», in quel congresso, la Chiesa italiana aveva deciso, infatti, di essere parte attiva del movimento per la pace, in coerenza – appunto – al tema della promozione umana. Non era una scelta ideologica, ma pastorale e spirituale. Fu dirompente e attrasse a sé, oltre alle critiche di alcuni, una marea di giovani che volevano uno spazio di impegno vero e coerente. Io ero tra quelli.

Palestra di pensiero pastorale

Devo a don Rinaldo Fabris – biblista che ebbi la fortuna di avere come cappellano a Remanzacco – l’incontro con il documento frutto di quel convegno: per me una palestra di pensiero pastorale e spirituale, di educazione della coscienza dentro cui – in modo coerente come preferenziale per un cristiano – emergeva la scelta dell’obiezione di coscienza che anche io abbracciai svolgendo, negli anni Ottanta, il mio servizio proprio alla Caritas diocesana di Udine. Si scelse allora di fondare comunità di obiettori, luoghi in cui poter vivere insieme condividendo sia l’esperienza del servizio che la vita domestica. Inoltre, la spinta fu a stare nelle periferie geografiche e umane, nei margini. Ci accorgemmo poi di aver bisogno di sapere di più e meglio, nacquero così numerose esperienze di formazione. C’era inoltre la progettazione delle attività pubbliche e della nostra partecipazione a mobilitazioni e manifestazioni. Non mancarono poi gli incontri di tutti gli obiettori delle Caritas del Nordest. Tale movimento non poteva che intrecciarsi con quello dei «Beati i Costruttori di Pace» che – prima di essere un’associazione – fu appello alla mobilitazione di sacerdoti e laici impegnati nella scelta evangelica della nonviolenza lanciato da don Albino Bizzotto nel 1986. Appello che diede vita anche ai raduni annuali all’Arena di Verona, con decine di migliaia di giovani, uomini e donne animati dall’unico grande intento di testimoniare la possibilità di un mondo senza violenza. In quegli anni l’Italia era attraversata da grandi manifestazioni, come quella contro l’insediamento dei missili cruise a Comiso.

Quella lettera pastorale di mons. Battisti

All’Arena, il 4 ottobre del 1986, eravamo quasi diecimila. Un messaggio potente magistralmente e poeticamente cantato da Don Davide Turoldo. Nel nostro piccolo, intanto, in Diocesi avevamo iniziato i «Digiuni quaresimali per la conversione alla pace». Mons. Battisti venne a trovarci in Duomo mentre digiunavamo, ci annunciò che stava lavorando a una lettera pastorale sul tema della pace, venne pubblicata – con il titolo «Una chiesa profetica per la pace nel mondo» – a Natale di quell’anno.

Il testo parlava del nobilissimo principio della nonviolenza, dell’obiezione di coscienza, della difesa popolare nonviolenta alternativa alla difesa armata, con l’autorevolezza di un magistero alto e profetico, biblicamente fondato e capace di tenere insieme il magistero e la contemporaneità. Quel testo può ancora esser letto e può ancora stupire per la sua lucida direzione e prospettiva: «[…] Mi sembra a questo punto giustificata e doverosa una domanda: in questi anni oscuri di minaccia sulla sopravvivenza dell’umanità, di folle corsa a sempre più potenti e nuovi metodi di distruzione, di ripugnante commercio di strumenti di morte, qual è la testimonianza che con più urgenza è richiesta alla chiesa e ai cristiani? Pur senza dimenticare che la prudenza è una virtù e che la difesa dei popoli da ingiusti attacchi è un dovere dei governanti più volte ribadito dai recenti Pontefici, a me pare che le forze che favoriscono la costruzione degli strumenti di guerra siano troppe e che quelle che si oppongono con decisione siano troppo poche. Perciò non posso non guardare con solidarietà espressioni di volontà di pace di condanna della guerra, che hanno certamente il merito di scuotere dalla terribile apatia in cui governi e opinione pubblica rischiano di accettare come inevitabili le situazioni attuali. I cristiani e la Chiesa non possono esimersi dal gettare nella lotta per la giustizia e per la promozione della pace tutto il peso dell’autorità morale di cui dispongono».
Erano quaranta anni fa. Eppure, il testo rimane di un’attualità e di una potenza ispiratrice perfettamente in grado di mobilitare nuovamente le coscienze.

Francesco Milanese

Psicologo, è stato vicedirettore della Caritas diocesana di Udine dal 1992 al 1997, coordinando il Servizio civile degli obiettori di coscienza

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