Divertì e fece riflettere i lettori di La Vita Cattolica con le sue poesie in “rût furlan” per quasi mezzo secolo. Sono trascorsi 79 anni dalla scomparsa di pre Zaneto – morì il 4 luglio 1947 – e ancora i più anziani ne ricordano con nostalgia i versi graffianti. Nelle sue poesie, scritte rigorosamente in marilenghe, il sacerdote riversava con arguzia tutto l’humus della terra friulana, abitata da gente operosa, radicata in un saldo senso di famiglia e di comunità. Versi semplici, comprensibili a tutti, ma di satira sopraffina, con i quali non temeva di attaccare “siôrs” e “sorestans” che vessavano il popolo.
Nato a Porpetto nel 1872 e registrato all’anagrafe come Giovanni Schiff, Zaneto ha iniziato a collaborare con il nostro settimanale fin dalle sue prime uscite, nel 1926, ed è anche grazie alle sue rime se La Vita Cattolica in quegli anni ha potuto raggiungere una straordinaria diffusione popolare. Ogni settimana, pre Zaneto partiva da Percoto in bicicletta per consegnare personalmente i suoi scritti alla redazione a Udine, in via Treppo. «Ci teneva a questa collaborazione e la gente aspettava con curiosità i suoi versi», ricorda il pronipote, mons. Igino Schiff, che da bambino consegnava di casa in casa “la Vita Cattolica”. «La prima domanda che mi sentivo sempre rivolgere era proprio: “Aial scrit vuê la poesie pre Zaneto?” Bastava rispondere di sì e non serviva altro. Era amatissimo, era capace di far pensare, sorridere, ridere di cuore».
Prete di campagna, dall’aspetto umile ma dal carattere tenace, Giovanni Schiff era il primo di quattro figli. Da giovane si trasferì a Malisana, dove il padre lavorava come gastaldo in una tenuta. Compiuti gli studi nel Seminario di Udine, venne ordinato sacerdote nel 1896; esercitò il ministero a Virco fino al 1909, in seguito a Malisana, e infine, dal 20 agosto 1911, a Percoto, dove fu parroco benvoluto per 36 anni, fino alla morte. Durante il primo conflitto mondiale a Percoto diresse la scuola comunale abbandonata dalle «patentate vecchie maestre».
Nell’immediato dopoguerra – come riporta Gabriele Zanello nel Dizionario biografico dei friulani – «oltre a un più innocuo circolo filodrammatico, costituì una lega bianca di contadini e una cooperativa di consumo». «Le pagine del libro storico – prosegue Zanello – danno conto di un sostegno caloroso e non paternalistico alle iniziative di affittuari e mezzadri, non soltanto in ragione delle loro aspirazioni ideali e della ricerca della giustizia, ma anche per l’intento sociale e l’aperto schierarsi contro quei notabili e proprietari terrieri che, per converso, non avrebbero mancato di ostacolare l’operato del sacerdote».
Ancora oggi a Percoto gli anziani lo ricordano sempre gentile e sorridente, con la pipa in bocca e la penna in mano, annotare in versi episodi di vita vissuta per trasmettere il Vangelo e i suoi insegnamenti anche attraverso quegli scritti. I protagonisti delle sue poesie erano gli stessi parrocchiani, descritti nelle loro debolezze e caratteristiche popolari sempre con acume critico e sapiente umorismo (lo stesso che riservava anche a se stesso: “Ciol via lu, sar Zaneto/a jà vera ca sta ben/lu peraltro se mantien/largo panza più de mi”).
La forza della sua poesia risiedeva nella scelta di una lingua vicina al parlato «anche nelle sue presunte impurità – sottolinea Zanello –, di rime efficaci per la memorizzazione, una metrica semplice seppure vincolata, forse, a esigenze tipografiche (“Ecco duncie il gno programe: / Gran misture in viars minôrs, / chè i viars luncs e fasin piardi / la pazienze ai stampadôrs; / sbrissin fûr da la colone / e Toscan linotipist / al devente serio e trist, / se son plui di siet vot pîs”, 9 gennaio 1927) e di temi cari all’oratoria moralistica dell’epoca (il ballo, la moda procace, il malcostume)».
Nel 1933 il fascismo, temendo le stoccate che il parroco non risparmiava al regime e considerando sovversivi e irrispettosi i suoi scritti, gli impose di usare solo la lingua italiana e “La Vita Cattolica” subì oscure minacce per aver ospitato tra le sue colonne i versi del poeta.
In oltre vent’anni di collaborazione con il settimanale diocesano (vi scrisse fino a pochi giorni prima di morire), Zaneto firmò oltre un migliaio di poesie (altre ne furono pubblicate su “Bandiera bianca” e “La nostra bandiera”). Fin da principio mise in chiaro che non avrebbe accettato censura alcuna. A chi gli chiedeva quando sarebbe tornato a scrivere dopo una breve assenza, rispondeva con i suoi versi: “Si sta pôc a dì di scrivi/ma l’afâr de musarole/fas passà dute la gole/di torna a componi viars”. “Il scritôr se no l’è libar/al rovine il so mistîr,/mi capiso? Nol po svolzi/fin insomp il so pinsîr./In vie Trep e son lis fuarfis/e culì jè la censure/che par vè materie pure/mi tamese viars par viars…”.
04















