Magnifica humanitas

Babele o Gerusalemme, che città vogliamo costruire?

Le prime righe dell’enciclica papale pongono da subito un’alternativa irriducibile di modelli su cui pensare la convivenza umana, rappresentati da «una nuova torre di Babele o la città dove Dio e l’umanità abitano insieme» (n. 1). L’idea è poi ripresa a partire dal §7 ove, iniziando a prospettare le alternative verso cui indirizzare lo sviluppo tecnologico, l’enciclica richiama «due immagini bibliche: la torre di Babele (cf. Gen 11,1-9) e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme (cf. Ne 2-6)». Con questo incipit biblico Papa Leone ha fatto una scelta non scontata, meritevole di una prima riflessione. Ovviamente la Bibbia non può essere utilizzata in modo fondamentalista a risposta immediata di questioni contemporanee che essa non poteva ravvisare. Tuttavia, come attestazione della relazione che Dio instaura con l’umanità, offre una visione della vocazione, personale e comunitaria, dell’umanità stessa conforme alla propria dignità. In forza di questo costituisce un alveo fecondo per ispirare le scelte del cammino umano di fronte alla varie problematiche che emergono dalla storia.

Nel concreto, la costruzione della torre di Babele rappresenta, per Leone XIV, un progetto autosufficiente, senza riferimento a Dio, che al suo interno non realizza comunione, bensì uniformità e omologazione Perché tutto questo? L’esegesi tradizionale intendeva la costruzione della torre come tentativo di usurpare la realtà stessa di Dio, e la conseguente dispersione dell’umanità e la pluralità delle lingue un suo castigo. Oggi viene letta in modo diverso (come anche il Convegno Bibba popoli e lingue, tenutosi a Udine il 16-17 gennaio 1998, ha chiarito). Infatti Gen 11,1, tradotta nelle Bibbie come “la terra aveva una sola lingua” in realtà usa la parola “labbro” che nella Bibbia non è mai sinonimo di “lingua”. In testi dell’Antico Vicino Oriente essa indica un’uniformità coatta imposta dagli imperatori assiri e babilonesi, che intendevano il loro potere in termini assoluti e divinizzati, e la conseguente dispersione una benedizione per l’umanità, liberata da un potere tirannico e ripristinata nella sua condizione originaria di pluralità. Difatti la “risposta” a Babele, solitamente ravvisata nel racconto di Pentecoste (At 2,1-11), non costringe l’umanità ad un’unica lingua, ma rende possibile la comunicazione tra le stesse e l’annuncio «nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio» (2,11). Non omologazione, quindi, bensì comunione.

E proprio su questo tema s’impernia la seconda icona biblica, che ha per oggetto la ricostruzione di Gerusalemme a seguito dell’esilio babilonese. Se ne fa promotore Neemia, ebreo alla corte di Arteserse che chiede di tornare nella madrepatria per avviare l’opera. L’enciclica ne mette in luce la fede e la capacità di coinvolgere artigiani e capifamiglia in quella che è un’impresa comune, e che si concluderà nella celebrazione della Torah come centro di aggregazione del popolo con anche le sue conseguenze sociali, ad es. l’indulto verso i debitori costretti in schiavitù (Ne 5).

Ecco, quindi, due quadri biblici proposti come ispiratori delle scelte odierne, non nella direzione di Babele, «che appiattisce le differenze», nel rischio di una disumanizzazione che si realizza “escludendo Dio e riducendo l’altro a mezzo”, bensì in quella di Neemia, che è quella di un lavoro condiviso, di un «pluralismo che non si disperda nel disordine» ma possa così orientarsi a Dio (n. 10). Impegnandoci a costruire in questo modo la città di oggi possiamo porre nella storia quei semi della città di Dio, la nuova Gerusalemme che nel futuro escatologico scende dal cielo come dono definitivo per l’umanità (Ap 2,2.10). E che in realtà, stando al testo dell’Apocalisse, sta già scendendo, proprio nel lavoro umano orientato alla solidarietà e alla comunione.

Don Stefano Romanello, docente di Sacra Scrittura

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