Magnifica humanitas

Transumanesimo e postumanesimo. Ma il limite è umano

A metà maggio, a Las Vegas, si è chiusa la prima edizione degli Enhanced Games, una competizione sportiva che, a differenza delle Olimpiadi, non vietava l’uso di sostanze dopanti ma, al contrario, le incoraggiava. Tra i finanziatori troviamo anche l’imprenditore Peter Thiel, recentemente salito agli onori delle cronache per la sua trasferta romana durante la quale ha parlato – rigorosamente a porte chiuse – dell’Anticristo come ostacolo al progresso scientifico e tecnologico.

Quanto accaduto a Las Vegas non è un episodio marginale, ma la messa in scena plastica – e ben finanziata – di una sensibilità tanto diffusa quanto pericolosa, un’insofferenza verso il limite che da tempo ha un nome: postumanesimo o transumanesimo. Con questi termini si indica un movimento culturale eterogeneo, ma sempre più influente soprattutto in alcuni centri di potere tecnologico, che crede possibile, grazie alla tecnoscienza, superare i limiti costitutivi della condizione umana: l’invecchiamento, la fatica, perfino la morte. È chiaro che non parliamo solo di sport, dunque, ma di un progetto più ampio che mira a prendere congedo da ogni forma di fragilità e di vulnerabilità. Il corpo, in questa prospettiva, non è più qualcosa che si abita, ma un dato di partenza da correggere e potenziare senza sosta. Se l’efficienza viene assunta come unico metro per misurare il valore di una vita, è chiaro che l’essere umano viene ridotto a un progetto da ottimizzare, anziché una vocazione da far fiorire.

Quella appena descritta è una prospettiva che merita di essere presa sul serio, non liquidata come il capriccio di pochi privilegiati. Il desiderio di migliorarsi, infatti, è una costante nella storia umana e la tecnica ne è sempre stata alleata. Ma migliorare il nostro stare al mondo non significa rifiutare la condizione umana. I limiti, infatti, non sono tutti uguali. Certi ostacoli – una patologia curabile, un dolore evitabile, una capacità non sufficientemente espressa – vanno sfidati senza esitazioni. Altri limiti, però, non sono guasti da riparare, ma rappresentano i confini della nostra umanità. Sono ciò che rende una vita propriamente umana. La fatica che si accumula, l’età che avanza, il bisogno d’altri non sono difetti di progettazione, bensì le coordinate entro le quali ciascuno diventa se stesso.

Mouhamadou Fall, atleta agli Enhanced games 2026

Lo sport, quello vero, ce lo mostra meglio di tanti discorsi. Ecco perché gli Enhanced Games dovrebbero interessarci, al di là della dimensione meramente agonistica. All’interno della pratica sportiva – laddove genuinamente intesa – un atleta non gareggia per abolire i limiti del proprio corpo, ma per abitarli fino in fondo, portando a compimento ciò che quel corpo può dare. Se il superamento del limite fosse il fine ultimo della pratica sportiva, il campione perfetto sarebbe un corpo ottimizzato tecnologicamente (ad esempio tramite doping farmacologico o genetico); ma in quel superamento esasperato avvertiamo che qualcosa di importante viene smarrito e che il senso della competizione viene tradito. A quelle condizioni, infatti, l’esperienza sportiva non parla più dell’umano che cerca la propria massima espressione, ma mette in scena un dispositivo tecnico che non suscita alcun fascino né alcuna ammirazione; e questo perché non parla più di ciò che siamo – della nostra umanità – ma di qualcosa che non ci appartiene.

Lo ha scritto con chiarezza anche papa Leone XIV quando, al paragrafo 118 di Magnifica Humanitas, afferma che «l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite». Proprio per questo, continua il papa, l’umanità non va sostituita né superata, ma accompagnata nei suoi progressi senza rinnegare ciò che la costituisce, a partire dal bisogno d’altri. È un’intuizione che vale per la bioetica quanto per lo sport: quando il limite diventa un nemico, anche l’altro – l’avversario, il compagno, lo spettatore – rischia di ridursi a ostacolo o a strumento. Al contrario, la bellezza dell’umano fiorisce nella (e grazie alla) relazione e nella comunione.

Come papa Leone ha messo bene in evidenza, la vera posta in gioco non è tecnica, ma antropologica: quale idea di essere umano vogliamo custodire, mentre la tecnica ci offre sempre nuove possibilità di manipolarlo? Questo, sia chiaro, non significa rinunciare alla tecnica e alle sue promesse di bene. Significa, piuttosto, misurare il progresso su un metro che non sia solo la prestazione, ricordando che il valore di un corpo non dipende dal valore assoluto della performance raggiunta, ma dalla capacità di esprimere al meglio il suo potenziale. Cercare di essere la miglior versione possibile di sé, non inseguire una perfezione che non ci appartiene. Anche in pista, dunque, restare umani è la vittoria più preziosa da perseguire.

Luca Grion, docente di filosofia morale

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