«Le mie parole sono sassi, precisi e aguzzi, pronti da scagliare, su facce vulnerabili e indifese»: così cantava Samuele Bersani ventiquattro anni fa, quando il dibattito pubblico e lo scenario internazionale non erano ancora così infuocati e avvelenati, quando le offese razziste, gli insulti a sfondo sessuale, le ingiurie nei confronti di persone e comunità marginalizzate non erano ancora state sdoganate, non erano il contenuto principale delle affermazioni degli uomini più potenti del pianeta, quando i social media non avevano ancora cambiato le modalità della comunicazione e anche delle relazioni interpersonali, quando ancora non avevamo veramente capito quanto la qualità del linguaggio ha a che fare con la qualità della democrazia.
Eppure Bersani già ci diceva di fare attenzione: le parole possono essere armi. E lo aveva già fatto Nanni Moretti nel 1989 in “Palombella rossa”, mettendo in bocca a Michele Apicella una frase che diverrà iconica: «Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!». Ce lo ha spiegato molto bene il filosofo John Austin: le parole non sono solo parole, le parole fanno cose, non si limitano a descrivere la realtà, ma agiscono su di essa, producendo effetti concreti; le parole hanno conseguenze, recita il principio n. 6 del Manifesto della Comunicazione Non Ostile.
È per questo che ciascuno e ciascuna di noi è chiamato a scegliere con cura le parole da dire e da non dire, parafrasando Alda Merini: per esercitare una responsabilità che riguarda tutte e tutti come cittadini e come persone e rinunciare al linguaggio bellico oggi tanto di moda. Linguaggio che non è solo un modo di dire ma anche di essere. Non è un caso, dunque, che papa Leone sin dalle sue primissime parole, pochi minuti dopo l’elezione, abbia parlato di pace disarmata e disarmante, consapevole — come ha ricordato pochi giorni dopo agli operatori della comunicazione e come ha ribadito nella Magnifica Humanitas — che «la pace comincia da ognuno di noi: dal modo in cui guardiamo gli altri, ascoltiamo gli altri, parliamo degli altri; e, in questo senso, il modo in cui comunichiamo è di fondamentale importanza: dobbiamo dire “no” alla guerra delle parole e delle immagini, dobbiamo respingere il paradigma della guerra».
Ma nel concreto delle nostre vite quotidiane come si passa dalle parole all’azione? Servono tempo, cura e attenzione, esattamente ciò che serve per coltivare una relazione. Tempo per prendersi cura delle parole, per pensare prima di parlare senza mai dimenticare che parlare è agire: anche la sciatteria con cui a volte ci esprimiamo contribuisce a creare un mondo superficiale, piatto, incapace di immaginare un futuro diverso. E a proposito di immaginazione e di futuro bisogna riscoprire il valore della fantasia, che come ci ricorda Gianni Rodari è quella capacità che abbiamo tutte e tutti, fin da bambini, di immaginare cose che ancora non esistono, e consiste anche nel cercare il modo di sperimentare ordini politici, economici e sociali diversi da quello attuale, perché ci vuole davvero una buona dose di immaginazione per «credere che il mondo possa continuare e diventare più umano».
Un’immaginazione che per chi ha incontrato Gesù è alimentata dalla Speranza, un serbatoio che non si esaurisce neanche davanti a tutto il male del mondo ma che solo le nostre scelte di vita, il nostro schierarci dalla parte degli oppressi può contribuire a ricaricare, attingendo alla memoria e a quelle isole di fraternità che ancora resistono. Perché ci sono, altroché se ci sono, ma occorre vederle, irrigarle, dargli spazio, fare argine alla disumanizzazione attraverso tante piccole ma tenaci fedeltà.
Fabiana Martini
Giornalista, portavoce di Articolo 21 FVG














