Quando si parla di birra artigianale è facile cadere nel pregiudizio secondo cui si tratta di “birra strana”: perché aromatizzata con qualche luppolo particolare, perché dal sapore “grezzo”. In realtà, a dirci che cosa sia la birra artigianale è in primo luogo la legge italiana: è la birra prodotta da un birrificio indipendente, che non produca più di 200 mila ettolitri l’anno, non filtrata né pastorizzata (due processi volti a migliorarne la conservabilità, ma che ne influenzano il profilo organolettico). Al di là delle indicazioni normative, la birra artigianale è quella che vede il birraio nel ruolo di “artigiano” in virtù del legame con la sua “creatura”: un qualcosa che lui o lei ha ideato e costruito, che è espressione della sua creatività, punto di sintesi tra gusti personali e del mercato. È bello quando, bevendo una birra artigianale, si riesce ad identificare chi l’ha prodotta.
I numeri
Al di là dei romanticismi, che numeri ha questo fenomeno – un vero e proprio “boom” nel primo ventennio dei 2000, ed ora in apparente “sgonfiamento”? Stando ai dati dell’ultimo report di Assobirra sul 2025, la birra artigianale conta per il 2,2% del mercato nazionale (470 mila ettolitri), in leggera contrazione rispetto al 2024 (2,3% e 480 mila hl). In crescita è il numero di birrifici artigianali (850 nel 2025 contro gli 832 nel 2024), mentre calano i brewpub, i locali che servono cibo e birra artigianale brassata sul posto (158 contro 175); crescono invece gli addetti, da 3.020 a 3.120.
Il Friuli-Venezia Giulia, per quanto regione a tradizione vinicola, ha presentato sin dagli albori del movimento birrario artigianale una significativa vivacità. A San Giovanni al Natisone c’è infatti il più “anziano” dei brewpub italiani ancora in attività, il Mastro Birraio, aperto nel 1994: due anni prima del 1996, “l’anno zero” dei birrifici artigianali in Italia, con l’apertura del Birrificio Italiano a Limido Comasco (Como) e Le Baladin a Piozzo (Cuneo). Per vedere i primi birrifici artigianali non ci fu comunque molto da aspettare: il 1999 ha infatti visto l’apertura di Zahre a Sauris e Cittavecchia a Trieste. Oggi abbiamo una quarantina di birrifici attivi; e nel 2015 è stata fondata l’Associazione birrai artigiani del Fvg. Se pensiamo che il Fvg conta circa il 2% della popolazione italiana, ma quasi il 5% dei birrifici, si capisce come la cosa rivesta un certo interesse. Aggiungiamo pure la presenza dell’Università di Udine, la prima in Italia ad aver attivato un corso di tecnologia della birra una quarantina d’anni fa, che intrattiene rapporti costanti con i birrifici locali.
Da segnalare poi il particolare peso rivestito dagli agribirrifici, ossia quelli che producono da sé almeno metà della materia prima (l’orzo, ma in alcuni casi anche luppolo): una strada che in regione ha aperto il Villa Chazil di Nespoledo nel 2013 e che oggi vede sia birrifici estendere la propria attività a quella di coltivazione, sia aziende agricole aggiungere la birra alle proprie produzioni, fino a superare un terzo delle aziende attive. Tanti sviluppano collaborazioni con aziende locali, vuoi per la fornitura di materie prime, vuoi su altri fronti, creando una filiera.
Birre friulane… da podio
In quanto alle tipologie di birre prodotte, ce n’è per tutti i gusti: dagli stili di impronta tedesca come le classiche lager bionde, a quelli più “sperimentali” come il vasto panorama di Ipa e Apa che sfruttano i (profumatissimi) luppoli d’oltreoceano. Va detto che, se nei primi anni sembravano farla da padrone queste ultime, la tendenza ora è quella di un ritorno alla semplicità e pulizia degli stili consolidati, senza voler “fare i fuochi d’artificio”.
Non sono mancati i riconoscimenti, sia nazionali che internazionali: per citarne solo alcuni, Gino Perissutti di Foglie d’Erba (Forni di Sopra) ha vinto il premio di Birraio dell’anno nel 2011, il team di Wild Raccoon (Udine) quello di Birraio emergente nel 2025, Bondai (Sutrio), Garlatti Costa (Flagogna), Basei (Latisana) sono presenza frequente sul podio di concorsi come Birra dell’Anno, mentre Foràn (Castions di Strada) si è visto premiare in particolare nel mondo delle birre bio e senza glutine. Il senza glutine poi è un segmento in crescente espansione, fino ad arrivare a birrifici come Dimont (Cedarchis) che producono l’intera gamma senza glutine.
I ritrovi attorno al bancone
Interessante è anche sottolineare le dinamiche “sociali” che si creano attorno a queste realtà: molte hanno la propria sala degustazione, che diventa luogo di ritrovo sia per gli appassionati che per la gente del luogo e anche sede di eventi musicali, gastronomici e più largamente culturali. La bella stagione è momento propizio: solo per citare alcuni esempi, il Campestre di Corno di Rosazzo propone un calendario musicale per tutta la stagione nel suo chiosco estivo, così come l’Agriristoro Stazione Gjulia di San Pietro al Natisone, mentre Foràn propone serate a tema gastronomico. Alcuni, come Zahre, Foglie d’Erba, Garlatti Costa e Bondai, arrivano anche ad organizzare in collaborazione con altre aziende e associazioni locali dei veri e propri festival, fungendo anche da richiamo turistico. Insomma, parliamo di un mondo – letteralmente – in pieno fermento.
Chiara Andreola















