Magnifica humanitas

Quando l’arte custodisce l’umano, tra abisso e infinito

Mentre ad ogni passo sul sentiero della storia lo sguardo volge ammirato, da un lato, alle vestigia di scoperte e progressi, dall’altro esso indugia sgomento alle macerie di un mondo che era iniziato come giardino e che gradualmente e insistentemente mutiamo in scandalo, trincea e cimitero. Siamo quelli che hanno inventato i campi di sterminio, e li ripetono sfacciatamente, e siamo quelli che dentro i recinti di filo spinato di quei campi scrivono la musica dell’Apocalisse, come Olivier Messiaen il 15 gennaio 1943 a Görlitz, anime che varcano abbracciate la soglia dei forni crematori perdonando i loro carnefici e mormorando con un sorriso il Padre Nostro, come Edith Stein e sua sorella Rosa, il 9 agosto 1942 ad Auschwitz-Birkenau, intravviste dall’ultimo commosso fotogramma de La Settima Stanza di Marta Meszaros. Una possibilità di tenebra agghiacciante, una possibilità di grandezza sublime. Noi siamo questo, noi sempre davanti a questo bivio, ad un passo dal cielo su questa terra complicata. Naufraghiamo dolcemente nel mare vasto che il nostro spirito avverte oltre la siepe – la siepe dei qui rassicuranti e angusti, dei frattempi che passano in un attimo –, restiamo a momenti sbalorditi per il cielo stellato sopra di noi e per la legge morale in noi, poi spesso il male di vivere incontriamo, e stiamo come d’autunno sugli alberi le foglie.

Don Alessio Geretti, curatore delle Mostre di Illegio e autore di questo contributo

Se l’uomo vuole comprendere se stesso deve avere il coraggio di guardare in faccia questa sua posizione singolare, affascinante e pressoché insostenibile, tale da infondergli l’ardire e l’ardore delle imprese più sublimi di conoscenza e di bellezza, tale da dargli le vertigini come sull’orlo di un abisso: noi siamo un’appassionata domanda di infinito, collocata in un’impegnativa finitezza. Quando il Santo Padre Leone XIV ha vergato le pagine della sua prima enciclica, fissando lo sguardo sulla necessità di custodire la grandezza umana in quest’epoca sfidata dall’intelligenza artificiale e dal propagarsi di scenari disumani, ha inteso ripartire – in compagnia dell’Uomo nuovo, Cristo risorto – dalla soglia del tempio più famoso di tutta l’antichità, quello di Delfi, talmente venerato da venir considerato l’omphalos, l’ombelico del mondo; sul suo frontone, la celeberrima iscrizione davanti alla quale sostò impressionato lo stesso Socrate: «conosci te stesso». Il Papa rammenta all’uomo chi siamo noi, quel benedetto e costitutivo intreccio di limiti e di immensità che ci distinguerà sempre da tutto il resto.

Una delle scene di Schindler’s list, capolavoro di Spielberg, citato a sua volta da Leone XIV

Suggestivo, quasi a indicare una strada e un metodo (perfino alla Chiesa, ultimamente un po’ distratta su questo punto), che Leone XIV, meditando sui limiti dell’essere umano come occasione di verità, come provocazione alla fraternità, come invocazione di un oltre che riaffiora incancellabile dentro di noi, trovi opportuno citare tre opere d’arte: «la Nona di Beethoven come desiderio di unità; Guernica come denuncia della disumanizzazione; Schindler’s List come invito a non consegnare il passato all’oblio» (Magnifica humanitas, 122). Tre capolavori drammatici e meravigliosi. Il genio che mise in sinfonia l’eroica battaglia per la libertà, i colpi incalzanti del destino, la dolce irradiazione benefica della natura, conclude il suo cammino in musica con l’anelito a una comunione piena e universale; Picasso frantuma la sua pittura in un mondo che andava a sua volta in frantumi e ricorda che orrori e follie scerpano continuamente la fraternità umana; Spielberg inizia con il più celebre tango argentino di Carlos Gardel ballato da ufficiali nazisti e attraversa l’abisso dell’olocausto nella vicenda di un industriale che alla fine piange di non aver potuto salvare più di quelli che è riuscito a scrivere nella sua lista.

Al di là dei tre casi eminenti che il Papa rievoca, è illuminante che egli abbia sentito la necessità di ricorrere alle arti – musica, pittura, cinema – nel cuore del suo solenne primo atto di magistero: l’arte ha una primaria ragion d’essere, che è dare forma sensibile alla nostra unicità, alla nostra eccedenza, alla domanda di infinito che custodiamo in cuori fatti per stringersi gli uni agli altri nella fraternità incontrando insieme lo sguardo di Dio. L’arte credente rivela questo destino, l’arte atea rivela la sofferenza lancinante di chi, ritenendo che questo destino sia impossibile, conferma che esso resta il nostro desiderio fondamentale, il nostro tratto distintivo. Perciò le arti sono necessarie per la fede cattolica e per la sua opera di custodia dell’umanità – le arti sono casi speciali di intensificazione dell’umano e di rivelazione dell’umano –, e Leone XIV sta ricordando alle Chiese che una missione cristiana adeguata all’uomo e al Vangelo esige cultura e frequenta le arti.

Don Alessio Geretti

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