Se una macchina può darci quasi ogni risposta in pochi secondi, che cosa resta da insegnare a scuola? È la domanda che attraversa, pur senza mai dichiararla apertamente, i passaggi che Papa Leone XIV dedica alla “Centralità della scuola” nella sua enciclica Magnifica humanitas. La risposta che ne emerge rovescia l’ordine con cui siamo abituati a pensare il rapporto tra scuola e tecnologia.
Il Pontefice apre non con un problema, ma con una definizione: la scuola è il luogo in cui le nuove generazioni imparano a cercare la verità, a interrogarsi sul senso della vita e sulla dignità di ogni persona. Colpisce l’ordine degli argomenti: solo dopo aver fissato questo compito, il testo affronta il tema, urgente, dell’intelligenza artificiale. Non si può discutere di tecnologia, sembra dire il Papa, senza aver prima deciso chi e come si vuole educare.
Le sfide indicate dal Pontefice riguardano l’equità nell’accesso all’istruzione, la trasformazione di curricoli e valutazione e, soprattutto, il rischio che «il flusso incessante di informazioni sostituisca l’esercizio della ricerca, della riflessione e del discernimento». La frase smonta un’equivalenza troppo spesso data per scontata: quella tra disponibilità di informazioni e crescita della conoscenza. Le due cose possono divergere, e nella scuola di oggi spesso succede.

Se le macchine rispondono sempre più in fretta, il compito educativo si sposta altrove. Non conta più chi arriva prima alla risposta, ma chi sa riconoscerne il valore, la fonte, il limite: non più trasmettere risposte, ma formare chi sappia giudicarle. Distinguere il vero dal verosimile, il rilevante dal superfluo, ciò che informa da ciò che forma: è un compito che nessun algoritmo può svolgere al posto della persona. In questa luce la scuola non perde terreno di fronte all’intelligenza artificiale. Lo riguadagna, perché quanto più la conoscenza diventa accessibile, tanto più diventa preziosa la capacità di orientarsi dentro di essa.
C’è un’espressione, in questo passaggio, che merita attenzione particolare, cioè il riferimento alla necessità di promuovere una «vera igiene dell’attenzione». Silenzio, studio approfondito, lettura, confronto ponderato non sono pratiche nostalgiche da difendere contro il presente. L’attenzione non è soltanto una tecnica di studio: è una forma di rispetto. Prestare attenzione significa riconoscere che una persona, un testo, un problema e perfino il silenzio meritano tempo. Senza attenzione non c’è autentico apprendimento, ma non ci sono neppure ascolto, interiorità e libertà. Una scuola che difende la lettura distesa, la riflessione e il dialogo compie oggi un gesto quasi controcorrente e profondamente educativo.

L’ultimo passaggio rivolto dal Papa al mondo della scuola racchiude forse l’affermazione più tagliente: la scuola non è chiamata a inseguire la velocità del mondo digitale, ma a offrire ciò che il digitale da solo non può dare, tempo condiviso per apprendere e relazioni affidabili. Per anni abbiamo pensato che la scuola dovesse rincorrere ogni innovazione per non restare indietro. Il Papa capovolge la domanda: non si tratta di competere con gli algoritmi sulla velocità, ma di custodire ciò che la tecnologia, da sola, non può offrire.
Resta allora da chiedersi che cosa accadrebbe a una scuola che smettesse davvero di rincorrere il ritmo del digitale, che accettasse di misurarsi su un tempo suo, non su quello degli algoritmi. Forse scoprirebbe, con qualche sorpresa, che il tempo lento non è ciò che la rende superata, ma ciò che la rende, ancora una volta, necessaria.
Luca Gervasutti
Dirigente scolastico al Liceo Percoto, Presidente FVG ANP – Associazione Nazionale Presidi















