L’ampiezza della Magnifica Humanitas consente di tracciare al suo interno diversi percorsi di meditazione: un esercizio di lettura, tra i tanti possibili, è quello che porta a riflettere sulle sempre possibili derive totalitarie del potere politico come uno tra i principali fattori di avvilimento della dignità umana.
Il rispetto per la dignità porta con sé il riconoscimento che spetta alle persone, «plasmare il modo in cui vivere insieme, le scelte economiche e politiche, il volto concreto delle città» (n. 59). Questo compito trova ostacolo proprio nelle concentrazioni di potere che possono assumere varie forme e che lavorano contro la dignità umana, esattamente espropriando le persone di questa loro espressività politica. È per questo che introducendo il principio del “bene comune” il richiamo ai cristiani diventa particolarmente vibrante: «Uscire dal piccolo mondo dei propri interessi e impegnarsi, nei limiti delle proprie possibilità, per il bene comune è un valore non negoziabile, come lo è la promozione della vita».

È interessante che la partecipazione stessa alla vita civile sia richiamata come qualcosa di irrinunciabile, al pari di altre e più specifiche tematiche per cui l’espressione “non negoziabile” è stata più volte impiegata dal Magistero.
Perché lo è? Proprio per contenere le derive totalitarie del potere, di cui i primi sintomi sono la crescita delle disuguaglianze e delle fratture sociali (n. 63). A più riprese l’enciclica porta in effetti a riflettere proprio sul nesso tra il crescendo delle ingiustizie e il crescendo di poteri – politici ed economici – di tipo oligarchico.
La concentrazione del potere rappresenta indubbiamente il macro-trend dell’epoca che viviamo, spinto dalle promesse di maggiore reattività, di efficacia, di stabilità nel governare, a cui però corrisponde una perdita di voce e di potere delle persone e delle comunità. Per certi aspetti l’avvento dei social media e dell’IA, rischia di concorrere a questa dinamica a più livelli: la fruizione individualizzata dei contenuti isola le persone e riduce l’attitudine al confronto e alla ricerca cooperativa di informazioni, i contenuti fake generabili con l’IA compromettono non solo la formazione di una opinione pubblica basata su elementi veritieri, ma minano la fiducia stessa tra le persone: «La qualità della comunicazione pubblica – ricorda Leone XIV – dipende direttamente dalla fiducia sociale e incide su di essa» (n. 132).

Risuona quasi un avvertimento antico: il potere totalitario si basa sulla strategia del “divide et impera”, sulla frammentazione di un tessuto sociale, sulla sconnessione tra le persone, sulla crescita dei reciproci sospetti. Questo accade da sempre, ma nel tempo dell’IA siamo più esposti a queste dinamiche. Non è la risorsa tecnologica in sé il problema, ma il fatto che il ricorso quotidiano e pervasivo a un complesso di strumenti digitali, tipici di questo tempo, assecondi impercettibilmente alcune inclinazioni di cui il potere totalitario si nutre: quella a delegare, a ricercare risultati con maggiore rapidità e facilità, a disinteressarsi dei costi scaricati altrove, a isolarsi nel cercare informazioni, nell’elaborare un’opinione, a preoccuparsi del “proprio”.
La contromisura fisiologica si chiama allora “partecipazione”, si può chiamare anche “sinodalità”: è la voce restituita alle persone, in grado di farsi “voce comune” maturando attraverso le relazioni dirette, il confronto, lo studio, l’elaborazione cooperativa, il discernimento comunitario, il rinforzo delle istituzioni democratiche. La partecipazione è la contromisura che gioca la partita della promozione della dignità della persona a partire dalle mosse sociali fondamentali e la Magnifica Humanitas ricorda che, per la coscienza cristiana, non è optional, ma un impegno “non negoziabile”.
Giovanni Grandi,
Docente di filosofia morale, Università di Trieste















