L'editoriale

Fine vita, l’altra via

È realmente necessario o anche solo opportuno che le regioni legiferino in materia di suicidio assistito in attesa di una legge parlamentare che ne regoli la materia? Il presidente del Consiglio regionale veneto, Luca Zaia, per tre volte governatore della stessa regione, in attesa che il Parlamento si esprimesse con una legge nazionale, ritenne doveroso legiferare, all’interno ovviamente delle indicazioni date dalla Corte Costituzionale. Per lui, come per i politici di altre tre regioni (Emilia Romagna, Toscana e Sardegna) attendere che i progetti di legge sul ‘fine vita’ presenti in Parlamento vengano varati, significava non rispettare le legittime richieste dei cittadini che nel frattempo si sarebbero rivolti al servizio sanitario regionale per chiedere di essere assistiti nel porre fine alle loro sofferenze con una morte procurata. Insieme ai politici che la hanno voluta e ai cittadini che la hanno sostenuta, Zaia ritenne necessaria una legge regionale che si impegni a raccogliere quest’istanza organizzando e garantendo innanzitutto la cura e l’assistenza ai malati con diagnosi infausta, di grave sofferenza fisica e psichica, mantenuti in vita attraverso supporti vitali. Una legge che garantisca informazione e offerta delle cure palliative a questi malati e che eventualmente corrisponda alla loro richiesta di morte medicalmente assistita, se espressa nel pieno possesso delle proprie facoltà. Una legge che, al di là di quest’ultimo passaggio, garantisca ciò che la legislazione vigente già prevedeva. Si trattava in sostanza di organizzare il servizio sanitario regionale ad accogliere la richiesta di suicidio medicalmente assistito secondo le indicazioni della Corte Costituzionale. Il non farlo, a detta del Presidente del Consiglio Regionale Zaia, comporterebbe una grave mancanza di giustizia e di rispetto della dignità umana di queste persone. Significherebbe venir meno ad un diritto di fatto sancito dalla Corte Costituzionale.

Non dello stesso parere i Vescovi in Italia e quelli della regione triveneta in particolare, insieme a politici, associazioni e cittadini che innanzitutto non ritengono necessario o opportuno che si legiferi a livello di regioni, creando ancora maggiori diseguaglianze fra cittadini italiani. Questi rappresentanti della società civile ed ecclesiale ritengono necessario che si esprimi il Parlamento, ma non nel senso di una legge che impegnerebbe la sanità pubblica in una azione diretta a procurare la morte (anche se in casi ristrettissimi, come quelli indicati dalla Corte), bensì nel senso della riaffermazione delle cure ovvero di tutte le dimensioni umane della cura che non sono solo mediche e psicologiche ma anche sociali, familiari e amicali per una più ampia crescita di solidarietà umana nelle nostre società (e nei nostri centri di cura). In questo senso, l’auspicata piena attuazione della legge sulle cure palliative è ritenuta necessaria e urgente per tutti, anche se non sufficiente perché costituisce solo un tassello di quelle relazioni di cura di cui un paziente – specialmente in quelle condizioni di criticità – ha bisogno!

Questa sarebbe la linea politica da intraprendere con l’auspicata legge nazionale. Una indicazione legislativa che miri al superamento della solitudine e della convinzione del malato di essere diventato solo un ‘peso per gli altri’ piuttosto che una risorsa per tutti grazie a quella condizione precaria (!). Si tratterrebbe di promuovere con la legge una terapia non solamente medica ma culturale, che faccia crescere l’amore per la vita nelle diverse condizioni di salute in cui la persona si trova. Nella consapevolezza che la precarietà non appartiene solo agli stadi finali della vita biologica ma caratterizza sempre tutto l’ambiente naturale e sociale in cui viviamo.

La sofferenza insostenibile non è solo quella identificata dalle patologie del corpo e della psiche ma anche quella identificata dalle relazioni pervertite di chi non riesce più ad amare e vede (guarda caso!) proprio nella morte la soluzione alla propria sofferenza. Quanti di noi vogliono un’altra vita rispetto a quella che hanno e non riescono ad ottenerla? Non voglio banalizzare o mancare di rispetto alle persone sofferenti come Domenico, 59 anni, il malato di sclerosi multipla secondariamente progressiva che ha chiesto un ricorso d’urgenza al tribunale affermato: «Sono stanco, non ce la faccio più», chiedendo che la procedura per la sua morte assistita… (sembra un paradosso) arrivasse in tempo! In tempo rispetto a cosa: al suo morire?! Immagino che io nella sua condizione avrei avuto i suoi stessi sentimenti. Ma se invece di aver accanto chi mi aiuta a morire avessi accanto chi mi aiuta a vivere, la mia vita sarebbe ancora insostenibile come prima? E se a Domenico va riconosciuta la volontà di morire nonostante tutte le offerte di cura, non facciamogli mancare il sostegno umano mentre sospendiamo i trattamenti vitali di cui ha bisogno per tenersi in vita. Si rispetterebbe così la sua volontà lasciandolo morire senza abbandonarlo. Senza la necessità di ucciderlo.

Domenico, purtroppo, è il milanese ucciso il 25 agosto scorso. In accordo ad una possibilità riconosciuta dalla Corte Costituzionale che, a parere di molti cade in contraddizione quando vuole riconoscere delle analogie tra lasciar morire ed uccidere. Manteniamo ferma questa distinzione mentre operiamo solidaristicamente!

Nessuno di noi è misura a se stesso, nel bene e nel male. Tutti noi siamo vita per gli altri se invece di imboccare la strada dell’uccisione, impariamo a morire a noi stessi…

Don Franco Gismano

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