Risale a pochi giorni fa, e precisamente al 29 agosto, l’ultimo femminicidio avvenuto nella nostra regione: una donna di origine cinese è stata uccisa nella sua abitazione a San Giovanni al Natisone; è stato arrestato il marito, con l’accusa di omicidio volontario aggravato da crudeltà. A ogni nuovo caso di violenza di genere — e purtroppo, in cronaca, se ne conta uno a settimana — sorgono spontanee alcune domande: quante donne vengono uccise ogni anno? Il numero cresce o cala, almeno in Italia? Perché continua ad accadere? Dove sono, in tutto questo, i centri antiviolenza?
Alla prima domanda la risposta non è univoca e dipende dal criterio che si adotta in questo triste conteggio. Secondo il Dossier Viminale, nel primo semestre dell’anno le vittime tra omicidi volontari femminili e femminicidi sono state 34; l’Osservatorio del movimento Non Una di Meno ne registra invece 49 casi all’8 agosto. La discrepanza nasce dal fatto che l’archivio femminista indipendente comprende anche le morti escluse dalla classificazione ufficiale, come i suicidi indotti da violenze e i casi ancora in accertamento.
Seconda domanda: il numero delle vittime di femminicidio sta calando? Il Dossier Viminale segna, sul primo semestre, una diminuzione del 37% rispetto allo stesso periodo del 2025. Si tratta però di un intervallo troppo breve, a nostro avviso, per delineare una tendenza. Nel lungo periodo, rileva l’Istat, gli omicidi volontari calano da un ventennio, ma a diminuire sono stati soprattutto quelli riconducibili alla criminalità organizzata, dalle vittime in prevalenza maschili, mentre per le donne il numero rimane pressoché invariato. La radice della violenza che colpisce il genere femminile affonda altrove, entro le relazioni e le mura domestiche, e necessita di strumenti di prevenzione e contrasto propri.
Rimangono aperti gli altri interrogativi: perché la violenza persiste, e perché il Centro Antiviolenza non intervenga in maniera preventiva o tempestiva. Per fare chiarezza su tempi, ruoli e compiti conviene muovere da una precisazione: i centri antiviolenza riconosciuti, come il nostro, seguono i requisiti fissati dall’Intesa Stato-Regioni, entro la cornice della Convenzione di Istanbul e della legge 119/2013 sul contrasto alla violenza di genere. Quando una donna si rivolge al nostro Centro, le operatrici l’ascoltano, la orientano e valutano la gravità del caso; da qui la presa in carico prosegue in raccordo con gli altri soggetti della rete territoriale antiviolenza — forze dell’ordine, presidi sanitari e servizi sociali, cui compete il coordinamento.
Quando emerge una situazione molto critica, il Centro invita la donna a rivolgersi alle forze dell’ordine, attraverso il numero unico 112, e da lì si interfaccia con la rete perché l’assistita trovi una collocazione di emergenza. La decisione, tuttavia, resta sempre della donna. E la paura — del partner, delle conseguenze, del discredito — spesso la trattiene dal presentare denuncia, o la induce a ritirarla: è qui che il percorso di protezione s’incrina.
Alla domanda sul perché la violenza non si arresti, rispondiamo che radice culturale non è affatto debellata. La violenza contro le donne discende da un ordine patriarcale che assegna ruoli, misura il valore, legittima il possesso; sopravvive nel linguaggio, nelle consuetudini, nella distribuzione del potere. Per questo, accanto alla protezione, il Centro opera sul terreno della cultura, con l’informazione, la formazione e la sensibilizzazione rivolte alla cittadinanza. È il lavoro più lento e il meno visibile, quello che agisce sulle cause del fenomeno, e che crediamo il più importante.
Alice Boeri
presidente associazione Iotunoivoi donne insieme – Centro antiviolenza di Udine















